Una lettura della mente
Caffè Michelangiolo, 01-05-2007, Giuseppe Napolitano
«Ho cancellato le date e ho mescolato i brani» (così l’autore de Il nastro di Möbius nella sua Nota): a sentir lui, quindi, non c’è percorso in questo libro di memorie, dichiaratamente memoriale (anche se nel titolo stesso del libro c’è un tentativo di depistaggio: quel nastro dovrebbe infatti rappresentare proprio una specie di ripiegamento della memoria su se stessa); non ci si crede, però, non gli si può credere – e del resto un ingegnere che mescoli i dati in suo possesso sarebbe uno strano pericoloso ingegnere… Frammenti di memoria, di rimpianti.Ricordando, ne modifico il corso, riempio i vuoti e taglio,ricompongo. Per farne sinfonie. Così nel “prologo” del “Disperato eros”. Musica per camaleonti, verrebbe da parafrasare, ma ci si deve adattare alla bacchetta del direttore per gustare una sinfonia, a meno di non essere il direttore o, meglio, il compositore! Il poeta scandisce tempi e misure: l’ascoltatore, il lettore si adegua o non segue. Questo Nastro di Möbius è dunque un viaggio sinfonico nelle memorie dell’autore Il quale torna addirittura indietro più ancora di quanto ha fatto nel suo libro d’esordio Magia, decima musa, rispolverando – è davvero il caso di dirlo – i panni sporchi nell’armadio dell’adolescenza, e raccontando, come sfogliando un vecchio album, le foto più significative della sua formazione esistenziale. La freschezza del ricordo è nella stessa tramatura dei versi, quasi di giovinetto pronto (e inesperto) a cogliere assaporare la vita, a impadronirsi (magari!) di un momento vitale – oraziana suggestione in quel «taceva e sorrideva. | Ma non ebbi il coraggio | di toccarla.» Ascoltiamo quindi questi sfoghi del cuore con la benevolenza che merita l’onestà di mettersi a nudo – e l’età chiede ulteriore venia: qui non c’è più il ragazzo che si esibisce ma l’uomo consapevole che non può
giocare a rimpiattino con la coscienza. Il foscoliano velo protettivo qui serve a proteggere dai famelici e impietosi sguardi del tempo l’innocenza di una lontana adolescenza, una primigenia età dell’oro mai dimenticata, anzi avvertita come unica età vera (dell’istinto e della ratio) e per questo desiderata ancora e sentita in qualche modo presenza viva. Le composizioni dedicate agli affetti familiari e ai sentimenti più nobili come l’amicizia fanno un po’ contrasto con la sezione erotica del libro, e dan Il quale torna addirittura indietro più ancora di quanto ha fatto nel suo libro d’esordio Magia, decima musa, rispolverando – è davvero il caso di dirlo – i panni sporchi nell’armadio dell’adolescenza, e raccontando, come sfogliando un vecchio album, le foto più significative della sua formazione esistenziale. La freschezza del ricordo è nella stessa tramatura dei versi, quasi di giovinetto pronto (e inesperto) a cogliere assaporare la vita, a impadronirsi (magari!) di un momento vitale – oraziana suggestione in quel «taceva e sorrideva. | Ma non ebbi il coraggio | di toccarla.» Ascoltiamo quindi questi sfoghi del cuore con la benevolenza che merita l’onestà di mettersi a nudo – e l’età chiede ulteriore venia: qui non c’è più il ragazzo che si esibisce ma l’uomo consapevole che non può giocare a rimpiattino con la coscienza. Il foscoliano velo protettivo qui serve a proteggere dai famelici e impietosi sguardi del tempo l’innocenza di una lontana adolescenza, una primigenia età dell’oro mai dimenticata, anzi avvertita come unica età vera (dell’istinto e della ratio) e per questo desiderata ancora e sentita in qualche modo presenza viva. Le composizioni dedicate agli affetti familiari e ai sentimenti più nobili come l’amicizia fanno un po’ contrasto con la sezione erotica del libro, e danno insieme la misura dell’uomo, che
sa di sé e vuole dirsi intero. Nella personale “nota” introduttiva, peraltro, l’autore scriveva di aver «compreso che mentre tentavo di fissare sulla carta, per riviverli poi, quei sentimenti, li alimentavo, li rendevo estremi, conducendoli fino al parossismo», e – in tutta modestia – concludeva: «Chiedo perdono alla Poesia». La consapevolezza dell’uomo è anche dell’artista, mentre cerca esiti probanti e sa di avere non pochi debiti con la sorte e con l’arte. L’omaggio più o meno dichiarato a Lorca e Ungaretti, apertamente citati, sembra fondersi in un dettato caldo e asciutto insieme, anche se una messe così abbondante di testi (ottanta, in un anno e mezzo appena) andava forse un po’ sfrondata. Dopo aver ricordato le tappe formative della sua vita, le storie e storielle dei sensi, l’impegno duro del lavoro e il bene dei familiari, dopo aver ripercorso l’esistenza come su un atlante, è inevitabile il bisogno di un porto sereno, di un approdo amico – ma Ulisse è proprio il simbolo del viaggio che non ha mai termine, e del viaggiatore che non si stanca di ripartire. Non invecchia il “fanciullo” in noi, ma troppo spesso diventa un “vecchio-bambino”, inadatto a questo mondo nel quale è entrato con difficoltà, che ha vissuto soltanto a modo suo – e in definitiva si sente vivo soltanto nella scrittura di sé (espediente tipico e, non c’è nemmeno bisogno di esplicitarlo, autoreferenziale di chiunque abbia un cattivo rapporto con la propria crescita, di chi abbia finito per credere solo alle figure della mente per paura di sottostare alle istanza del cuore). L’ansia del dire è diventata evidentemente una specie di ultima frontiera, OK Corral o Fortezza Bastiani, un posto della mente in cui credere che la mente almeno sia lontana dalla “senescenza” (che anch’essa poi – direbbe Svevo – è solo una malattia della mente).
Il nastro di Möbius