Se il prete è un servo inutile
La Nazione, 31-05-2007, Caterina Ceccuti
Rodolfo Doni ripropone dopo 25 anni il suo libro “laico”«Di fronte al tanto male che lambisce il prete moderno, mi è tornata la voglia di raccontare chi è questa figura drammatica, attraverso l’analisi psicologica di un protagonista diviso tra due passioni, eppure pervaso da quest’unico, grande amore per il Tutto che gli “occupa l’anima”». Un libro profetico e attuale quello di Rodolfo Doni presentato ieri pomeriggio all’altana di Palazzo Strozzi. Anzi, ripresentato: si tratta di un’edizione ampliata rispetto alla prima, di 25 anni fa. S’intitola Servo inutile ed è «un vero libro cristiano – come lo ha definito il gesuita padre Bartolomeo Sorge –. Scritto da un cattolico laico, presenta problematiche vere e incalzanti che interessano tanto la Chiesa quanto la società attuali. E senza lasciare interrogativi vaganti, l’autore si fa maestro di vita quando dalla bocca dei vari protagonisti escono risposte concrete all’urgenza della modernità. Per certi aspetti l’opera di Doni può essere considerata addirittura avanguardista».
Ma questo Servo
inutile è un progetto già andato alle stampe nel 1982. Allora però contava 200 pagine. Oggi l’autore ha voluto rivedere e integrare la struttura del testo con pensieri successivi, nati e cresciuti insieme con i fatti e le vicissitudini degli ultimi vent’anni di storia. E il numero delle pagine si è pressoché raddoppiato. Al grande autore pistoiese, che vanta alle spalle un passato di scrittore con ben 42 volumi editi, la casa editrice Polistampa ha voluto dedicare la collana Rodolfo Doni / Opere – con la quale intende rilanciare la narrativa fiorentina contemporanea – e di cui Servo inutile rappresenta il primo volume. Alla presentazione hanno preso parte anche il vicesindaco Giuseppe Matulli e Piero Tani, presidente dell’Associazione Incontri, che ha promosso l’iniziativa. «Il lettore non si aspetti un libro a tesi – ha specificato Tani nel corso dell’incontro –. In queste pagine Doni non si schiera ma preferisce aprire una riflesione, un dibattito su una questione complessa e di grande attualità come quella del celibato dei preti e della dolorosa quanto
impossibile condizione che essi vivono se e quando capita loro di amare una donna pur senza aver perduto la propria fede. Ecco allora che il servo, l’uomo semplice che ha scelto di votare la propria vita a Dio, diventa inutile, vuoto quando è costretto a dividersi tra un amore trascendentale e un amore tereno. Si sente disubbidiente e quindi “non-cattolico”.
«In un passo cruciale della narrazione – commenta padre Sorge – il protagonista Don Enrico dice “Mi sento un fallito”. E non sa di parlare a nome di tutti noi. Quante volte infatti ci siamo sentiti inutili? Quante volte avremmo voluto cambiare le cose e non abbiamo potuto? In quei momenti non ci rendevamo conto che il servizio di un “servo” non è mai inutile. La parola “servo” viene dal greco e significa senza utile, cioè senza compenso. Quindi servo è colui che fa le cose per gli altri senza ottenere ricavo personale, è colui che si dona per amore. E questo è il grande mistero che il protagonista capisce alla fine della storia, nel momento in cui inizia a riconciliarsi con se stesso».
Servo inutile