Le lettere sul caso Montesi dal fratello all’imputato (innocente)
Il Tempo, 29-10-2018, Lidia Lombardi
Dice Gloria Piccioni (la figlia di Leone, il critico letterario scomparso lo scorso maggio, a 92 anni), che deve il suo nome al «caso Montesi», la ragazza trovata morta sulla spiaggia di Torvaianica nel 1953. Un caso irrisolto, che ha alimentato per mezzo secolo supposizioni e voyeurismi, corse allo scoop e rievocazioni. Accusato del delitto fu infatti Piero Piccioni, fratello di Leone e figlio di Attilio, padre costituente, tra i fondatori della Dc, delfino di De Gasperi. Piero, che amava il jazz e poi firmò colonne sonore di culto nell’Italia del boom economico e oltre, fu carcerato per due mesi, mentre i titoloni dei quotidiani crocifiggevano lui e la sua famiglia, costringendo Attilio, allora ministro degli Esteri, a uscire di scena. Il processo, nel 1957, lo assolse con formula piena. Era stato colpito lui per eliminare il padre dall’agone politico. E proprio nella fiducia salda che la Grande Montatura sarebbe stata smantellata, Leone e Piero Piccioni, in partenza per Venezia dove si sarebbe svolto
il dibattimento, decisero di anticipare nel loro privato il verdetto. Scegliendo appunto per la nuova nata il nome che canta la rinascita. Ora quel lessico familiare, quella solidarietà parentale, quello stringersi attorno a un focolare pur gelato dal cinismo politico riemergono in «Lungara 29», il libro che raccoglie le 27 lettere, scritte un giorno sì e uno no – 23 settembre/27 novembre 1954 – da Leone a Piero rinchiuso a Regina Coeli. Le ha ritrovate di recente Gloria, giornalista. E ha convinto a pubblicarle il padre, che recalcitrava a squarciare («a chi potrebbero importare?») gli avvenimenti quotidiani di quei terribili mesi. Perché le lettere non contengono (passavano al vaglio della censura carceraria) rivelazioni sul «caso Montesi». Ma rifulgono di una dirittura morale, di un orgoglio nella convinzione che la verità prima o poi vince, di un rispetto per le persone e le istituzioni che hanno molto da insegnare all’Italia becera di oggi. E sono intessute, nella prosa naturaliter
letteraria dell’Autore, di una ricchezza culturale tanto più affascinante quanto più calata nel dialogo – pur a distanza – con un congiunto. Non c’è mai odio, voglia di vendetta, nelle 27 missive. «Non interessava alla nostra famiglia», puntualizza Gloria, anche se ci vollero decenni perché l’opinione pubblica smaltisse l’idea che il Potere avesse voluto coprire il responsabile del delitto. Ma nell’introduzione Stefano Folli chiarisce bene i termini della macchinazione. Che aggregò Togliatti – impaziente di saldare i conti con De Gasperi – ai nuovi rampanti della Dc, su tutti Fanfani, all’epoca ministro dell’Interno. Da qui partono le veline per i giornali, che le rilanciano famelici di sensazionalismo. Sicché avviene il paradosso che nell’Italia uscita dal fascismo la stampa libera si faccia subito pilotare e nella strumentalizzazione entri anche la magistratura. Inaugurando la stagione delle macchine del fango contro gli avversari che non ha portato bene al Paese.
Lungara 29
Il “caso Montesi” nelle lettere a Piero