Kiki Franceschi
Erba d’Arno, 21-03-2017, Anna Vincitorio
Il percorso del poeta è incubo; “l’artista ha la morte sempre con sé/ come un prete il breviario”. Intorno i volti dei morti senza ritorno. L’inquietudine creativa di K. Franceschi nel suo manifestarsi si pone interrogativi: “Voglio essere libera?” Ma cosa significa. Le stesse risposte pongono una serie di quesiti che lei stessa non risolve forse perché nelle stagioni “escono furtivi dalle sabbie i secoli/ troppo eguali gli spazi… Troppa gente./ Se ne deve ammazzare un po’”. Sembra do seguire un comunicato. La natura ci viene incontro ma ci è nemica: mare, cielo acquoso, alberi rosso rame, “occhi di marmo azzurro! Dissolti nel dilavare delle nuvole”. Parole, parole chiuse di pessimismo post-romantico. “Chi ha detto che/ il cammino delle comete è il cammino dei poeti?” Il poeta osserva, si osserva e le sue parole assumono identità e forma e scorrono davanti al lettore. Potrebbe sembrare che il pessimismo affiorante non sia del poeta ma oggettivizzato nelle snodarsi di uno spettacolo
destinato al lettore-spettattore che ne assimila la forza disfattiva come in “Apocalississ”. Le voci si sovrappongono; possono giungere da ere diverse o da più mondi. Ci parlano di “sera che non è sera”, “di cielo e terra confusi! In foschie basse ostili cattive”. E ancora: “paura di aver paura … del tempo già trascende”. L’arte è martirio segreto: “va pagato caro”. Il tempo scorre, è musica che intercetta il silenzio… hush, hush, hush, sh, s… La nostra vita è composta da immagini: luna e la sua molteplice mutevolezza; dal Nero, dall’assoluto che “È il non tempo nel cuore del tempo” e non c’è una fine perché il tempo è infinito. Altra importante componente, il Mare in cui l’autrice si identifica. Acqua che dà origine alla vita ma che è anche morte perché tutto racchiude in sé.
Agli elementi della natura… notte, giorno, aurore, pioggia, seguono personaggi facenti parte del suo palcoscenico:
Emma Goldmann, Hollow men, Amerigo Vespucci, Massimiliano Chiaramenti. Ci sono considerazioni amare ma reali sulla morte. Forte il contenuto di Sic Transit: “Il cimitero è fresco/ di morti antichi/ le tombe fatte di sonno/ l’erba di pianto.” … e/ “cieche vacue cose e segrete/ dureranno più del nostro oblio”. L’oblio assume una identità ben precisa in quanto “riserva/ formidabile/ di scordate/ parole”. I colori si susseguono sempre suddivisi per spazi. Non so se ogni spazio è riferibile a un tempo diverso della vita di ognuno di noi. Ho creduto di intuire la conclusione di questo dipanarsi di parole, di colori, di suoni, nella poesia ‘Non so chi sono né se un’anima ho’.
Dubbio reale e profondamente umano che non appartiene solo al singolo ma sta al poeta delinearlo: “io morirò, tu morirai, morirà il pianeta/ dipingere è perdersi/ tutto si perde/ pozzanghere inghiottite sulla sabbia del mare/ acqua che non tornerà ad essere mare”. 
Non c’è tempo per il tempo