Che Narciso quell’artista quando si specchia nella tela
Oggi, 11-05-2006, Silvia Casanova
Cinquanta quadri scelti da una collezione unica, quella di Raimondo Rezzonico, giornalista ed editore svizzero con la passione dell’arte. Tutti dedicati alle «fotografie» dei più grandi del Novecento. Ritraendo se stessi i pittori mettono a nudo la propria anima. Il figlio Giò Rezzonico ha portato le opere a Firenze, la città più amata dal padre. Che ora ricambia l’affetto e le espone per la prima volta

Lucio Fontana, in un’acquaforte del 1966, ritrae se stesso disegnando una cornice attorno a una scritta leggibile allo specchio: «Io sono Fontana». Anche questo è un autoritratto: Fontana si espone rovesciando la sua firma. E se nella mitologia Narciso si innamora della propria immagine specchiandosi alla fonte, l’autoritratto avvicina ogni artista proprio a Narciso: la tela, la carta, diventano lo specchio dove può osservare se stesso e da dove si offre allo sguardo dell’osservatore.
Quest’opera di Fontana è esposta nella mostra I modelli di Narciso. La collezione di autoritratti di Raimondo Rezzonico agli Uffizi, ospitata a Firenze (Galleria degli Uffizi, Sala delle Reali Poste, fino all’11 giugno 2006, telefono 055 213560, catalogo Edizioni Polistampa) e realizzata in un paio di mesi grazie al patrocinio dell’Associazione Amici degli Uffizi.
Il curatore, Antonio Natali, ha selezionato cinquanta opere di una speciale collezione, acquistata dal museo solo pochi mesi fa e mai esposta al pubblico: i 295 autoritratti messi insieme in mezzo secolo dal ticinese Raimondo Rezzonico, editore-giornalista appassionato di arte, musica e cinema.
Balla, Ligabue, Matisse, Kokoschka, Picabia sono solamente alcuni autori di una raccolta che da Lugano arriva fino a Firenze ad arricchire la più importante collezione di autoritrati del mondo, cominciata dal cardinale Leopoldo de’ Medici (1617-1675) e conservata appunto agli Uffizi. Oggi il numero complessivo delle opere supera le 1.600.
«In un autoritratto l’artista sceglie se stesso come modello», spiega Natali. «E, ritraendosi, accetta che ogni osservatore, ciascuno con il proprio grado di competenza, pratichi un’analisi approfondita su quel suo volto, su quella sua carne viva. Ma non vorrei radunare gli artisti in una categoria generica, perché in fondo ognuno di noi è narciso, poco o tanto. La differenza consiste nel fatto che un pittore o uno scultore possono (e sanno) mostrarsi in modo più lampante».
«Mio padre era un uomo molto generoso, ma anche molto concentrato su se stesso. Forse è questa caratteristica che lo ha sopinto inconsciamente a collezionare autoritratti», racconta Giò Rezzonico,
57 anni, figlio di Raimondo, scomparso cinque anni fa nel corso di un apparentemente piccolo intervento al cuore. Alla sua morte, il figlio, con la sorella Mailù, ha deciso di non smembrare la collezione, ma di portarla in una città molto amata dala padre.

“Cominciò ad acquistare quadri con i primi guadagni”
«Questa scelta ha permesso agli Uffizi di colmare lacune importanti nella propria raccolta dei ritratti d’artista», riprende Natali. «All’appello mancavano De Chirico e Ligabue, per esempio. E il prezzo pagato, un milione di euro, corrisponde a poco più di 3.000 euro a opera».
Gli appassionati di cinema ricorderanno Raimondo Rezzonico (nato nel 1920) come presidente del Festival Internazionale del film di Locarno, il suo gioiello, a cui si è dedicato, assieme al collezionismo, dopo aver lasciato al figlio la direzione dell’Eco di Locarno e del gruppo editoriale nel 1981.
«Era molto geloso dei suoi quadri: non ne parlava mai. Comprava alle aste, commissionava autoritratti agli artisti, frequentava collezionisti. Ha cominciato ad appassionarsi alla pittura quando era un ragazzino, nello studio del pittore Carlo Cotti, a Lugano. Cotti era responsabile della corale dell’oratorio, nella quale cantava anche papà. Uscivano a dipingere insieme e sotto la sua guida ha realizzato un Autoritrato, che conservo ancora gelosamente a casa».
Giò Rezzonico ricorda le discussioni di arte negli anni Cinquanta e Sessanta. «In quel periodo, con i primi soldi guadagnati, mio padre ha cominciato a comprare quadri, concentrandosi subito sugli autori italiani del Novecento. Diceva che era affascinato dal vedere come un pittore si osserva allo specchio, come vorrebbe essere».
Il luganese Rezzonico, nato in una famiglia semplice e solida, studia all’Istituto magistrale, dove conosce la futura moglie, Leila Carminati. Ma, in realtà, l’insegnamento non gli interessa. Preferisce lavorare alla Radio Svizzera Italiana, come cronista sportivo, speaker, presentatore di varietà e primo cantante solista dell’Orchestra Radiosa. «In famiglia lo chiamavamo il piccolo Caruso e lui era orgoglioso di essere stato amico di Natalino Otto», aggiunge il figlio.
Dopo la guerra, abbandona la radio: nel frattempo aveva sposato Leila, figlia di un piccolo editore, Vito Carminati, e si occupa dell’azienda del suocero. La ristruttura e la sviluppa, poi si dedica al giornalismo. Fino al 1981, quando lascia al figlio l’azienda per occuparsi di arte e del Festival di Locarno, di cui negli anni Quaranta è stato fondatore.
«Osservando le opere che ha acquistato in qualche
decennio», riprende Natali, «si intuisce il suo gusto, la sua curiosità intellettuale. Prendiamo il ritratto di Francesco Menzio, con la sua eleganza, la sua poesia. La testa è come tagliata dalla luce, metà del volto è nascosto dall’ombra. E poi l’opera di Guido Peyron, straordinariamente poetica, con la natura morta dietro alle spalle che ricorda Morandi e De Pisis, e l’azzurro della camicia che occupa metà del quadro. Mario Tozzi si raffigura come un paggio appena sceso dal palcoscenico».
Non è stato facile, assicura Natali, scegliere per la mostra solamente cinquanta opere all’interno di una collezione che ne conta quasi trecento. «Non si poteva seguire il criterio della qualità delle opere, tutte di notevole livello. Abbiamo allora preferito mescolare il criterio della notorietà degli autori con quello della cronologia, concentrandosi in particolare sui primi decnni del Novecento», spiega Natali. «In questo modo ne è venuta fuori un’antologia che attesta anche la varietà tecnica della collezione: sono infatti esposti oli, disegni, stampa e anche fotografie».
Il visitatore avrà di fronte a sé decine di occhi e potrà esaminare le diverse posture, gli scatti dei volti, i lampi degli occhi, perfino le caratteristiche psicologiche di artisti che si offrono al suo sguardo.
Massimo Campigli (olio) guarda negli occhi l’osservatore, Renato Guttuso (china e acquerello) ha lo sguardo lontano e un volto tracciato con linee pesanti. Nella litografia di Kaethe Kollwitz vediamo un uomo curvo di profilo. Anche Henri Matisse è presente con una litografia: poche linee, purissime per tratteggiare gli occhiali, la barba. «Ogni figura ha il suo ritmo particolare ed è questo ritmo a creare la rassomiglianza», diceva l’artista a proposito del suo interesse per il ritratto.

“Ogni figura presenta un suo ritmo particolare”

«Arricchire con la sua collezione un museo è il modo migliore per onorare il nome di Rezzonico», aggiunge Maria Vittoria Colonna Rimbotti, presidente degli Amici degli Uffizi. «La strada seguita dai suoi figli è sicuramente quella giusta. Per questo la nostra Associazione ha fatto l’impossibile per organizzare un’edizione fuori stagione della mostra I mai visti, dato che solitamente coincide con il periodo di Natale». In fondo, e lo ricorda il figlio Giò, la filosofia di Raimondo Rezzonico era semplicissima: bisogna comportarsi sempre come se fossimo eterni, cioè non pensare mai «alla mia età è inutile». E in qualche modo legare il suo nome agli Uffizi significa davvero farlo sopravvivere al tempo.
I modelli di Narciso
La collezione d’autoritratti di Raimondo Rezzonico agli Uffizi