L’altra alluvione, nella Piana. Una linea scura vecchio-nuovo
Corriere fiorentino, 01-11-2016, Paolo Ceccarelli
Pioveva, pioveva e pioveva, ma tutti si aspettavano i canoni 50 centimetri d’acqua ed erano pronti a usare le armi di sempre: cateratte, secchi e scopettoni. D’altronde nella Piana ci erano abituati da qualche migliaia di anni, da quando il lago che copriva l’area si era ritirato lasciando qua e là paludi, specchi e corsi d’acqua che
ogni tanto s’ingrossavano fino a tracimare. Da tempo l’acqua aveva lasciato il segno perfino nella toponomastica (via del Pantano, via del Ranocchietto) e non era soltanto un flagello, ma anche una fonte di vita. Per l’agricoltura e non solo. «La domenica mattina la mamma ci diceva: “Bambini andate a pigliare due ranocchietti o due pesci
ni’ fiume! E ve li friggo a mezzogiorno!”. Via, noi con la forchetta s’andava a pigliare i ghiozzi e i ranocchi e si pulivano tutti per bene e ci faceva queste fritture...», raccontarono anni dopo ex mezzadri e figli di mezzadri sestesi (Così ci siamo trovati a questo mondo. Trenta storie di vita contadina, Polistampa, 2002).
“Così ci siamo trovati a questo mondo”
Trenta storie di vita contadina