chiudi

«L’autobus numero 7 diretto a Fiesole era quasi vuoto, non c ’erano nè borseggiatori né palpeggiatori». Già, il 7 che sale da Piazza Edison.
In altre immagini, mai

Il primo romanzo di un giovane fiorentino

«L’autobus numero 7 diretto a Fiesole era quasi vuoto, non c ’erano nè borseggiatori né palpeggiatori». Già, il 7 che sale da Piazza Edison.
In altre immagini, mai troppo insistite e compiaciute, ci sono ragazzi che giocano a pallone a Campo di Marte, l’Ostello del Salviatino, la Curva Ferrovia, Settignano, i giovinottelli alle prime feste da ballo al circolo ‘Andrea del Sarto’ vicino al cavalcavia dell’Affrico (‘all’Andrea’, dicevano semplicemente), le gomme da masticare appiccicate sotto il banco di classe, una ‘500’ rossa, una goccia di bitter, la pettegola del rione soprannominata Streisand che per parlare fino diceva ‘la messa in chiesa’ anziché la ‘messa in piega’ e più arditamente ancora, e con un tocco di innegabile eleganza, ‘gay hospital’ al posto del day hospital.
Prende avvio da quelle immagini il romanzo di Francesco Luti, ‘Millepiedi’, senza rimanere tuttavia serrato nei confini del quartiere, tra lo stadio e quel gruppetto di ragazzi.
È un romanzo che nell’arco di una ventina di anni, fino al 2001, assapora anche la Spagna e addirittura il Brasile. Antonio Tabucchi lo ha definito «un garbatissimo ritratto di ‘passaggio di stagione’ dall’età giovanile all’età matura».
Francesco Luti, fiorentino under 40, incuriosisce non meno del protagonista del romanzo, Giovanni Alis. Leggere, ha sempre letto tanto. Scrivere, lo stesso. Predilige autori toscani quali Pratolini, Tozzi, Romano Bilenchi. ‘Millepiedi’ è il suo primo romanzo. L’ex ragazzino del Campo di Marte, che però non è mai stato un ragazzino qualsiasi, ha preso dimestichezza con le parole fin da quando collaborava ad alcuni giornali, tra cui il nostro. Erano poche righe, magari su una partita di calcio di serie minore. Poche righe, quasi mortificanti per chi sognava di scrivere di più, ma con il pregio altissimo di non essere impregnate di luoghi comuni, «nella ripresa la musica non è cambiata», oppure, se era cambiata, «a un primo tempo di marca locale ha fatto riscontro un secondo tempo dominato dagli ospiti».
Nato nel Viale dei Mille, «sopra allo Scheggi», Francesco Luti si divide in questo periodo tra Firenze e una città irlandese chiamata Cork.
Esordì come aspirante scrittore nel 1989 con una serie di racconti sul calcio, ‘Profili’, dedicati ad Antognoni, Falcao, Zoff, Gullit, Passarella, Platini, altri ancora. Erano prove, molte serie e decise, per arrivare a scrivere di più e più lontano.
Come sia nato questo romanzo, e dove, lo racconta in poche parole. A Firenze, tutto preso dal suo lavoro di traduttore dallo spagnolo e dal portofghese, da lezioni e da altri impegni, non trovava mai il tempo giusto, i giusti ritmi per entrare veramente nell’avventura di mettere insieme trenta, cinquanta, cento pagine. L’Irlanda ha fatto al caso suo durante alcune estati.
Luti racconta che i ‘Profili’, scritti col cuore, «sono una testimonianza della mia epoca. Avevo bisogno di ricostruire certi punti di riferimento mancanti in un periodo per me doloroso, e finalmente recuperati a poco a poco grazie alla letteratura. Dovevo, insomma, reinventarmi un’infanzia che non ho avuto».
Sacrifici, eccome, grossi sacrifici ha dovuto affrontare per far fronte a incombenti responsabilità, ma anche, appunto, per potersi avvicinare a quel ragazzo che in gran parte gli mancava: se stesso. Ha lavorato da tante parti e ha fatto tanti mestieri, ha aiutato persino un giornalaio in un chiosco di Barcellona, nel quartiere di Poble Sec.
È stato anche lettore di italiano a Mursia, nel sud della Spagna e in Brasile. Le idee e il desiderio di entrare nell’età più matura e più consapevole non gli sono mancati mai.
Il suo romanzo è anche una danza festosa ma non cerimoniosa in mezzo a tanti idiomi, ci sono frasi in inglese e in spagnolo, modi di dire fiorentini e sussulti in gergo. Se Firenze è descritta con molte sottili nostalgie, la Spagna è percorsa con profondità e senza spavalderia dal suo Giovanni Alis appassionato di teatro, diviso tra l’affetto per un nonno che sapeva a memoria Dante e l’amore per una ragazza di nome Alice, tra i ricordi di quando giocava ‘a chi buca entra’ e il desiderio di crescere e uscire dalle convenzioni e dalle ipocrisie. Barcellona, nelle pagine di Luti, ha la stessa spontaneità di Firenze. Le ramblas, la cattedrale, il Barrio Gotico non sono enfatizzati con il linguaggio di un turista frettoloso. È tutto così spontaneo e immediato che piazza di Catalogna potrebbe perfino essere, scusate l’ardire, piazza San Gervasio. Il perché del titolo ‘Millepiedi’ con il sottotitolo ‘Dietro cose dimenticate’, è quanto mai curioso. D’istinto, visto che si parla inizialmente del Campo di Marte e di Coverciano, ma poi anche dello stadio Sarria di Barcellona, ora distrutto, si potrebbe quasi pensare, con dichiarata banalità se non addirittura con pigrizia, a un romanzo su un calciatore, o sui calciatori, e sul loro modo di muoversi, correre, colpire la palla. Non è così. Sono ben altri piedi. Di donna.
Data recensione: 16/07/2006
Testata Giornalistica: La Nazione
Autore: Giampiero Masieri