Sulle vie dell’acqua
Corriere Fiorentino, 12-01-2013, Mauro Bonciani
La prima battaglia ambientale di Firenze, l’Arno-bis sognato da Lorenzo il Magnifico e commissionato a Leonardo, le tante tragiche alluvioni, quegli snob presuntuosi dei Davanzati che non solo avevano messo i vetri alle finestre ma furono i primi in città ad aver i gabinetti, il tentato furto a Bologna dell’acqua del Reno, la guerra per svuotare i pozzi neri e controllarne il business, l’attesa ventennale per l’avvio dei lavori alla diga di Bilancino.
E’ la storia di Firenze dal punto di vista dell’acqua e di Publiacqua, la spa che gestisce il servizio idrico in città e non solo, che ha festeggiato i suoi dieci anni di vita col libro La conquista dell’acqua di Erasmo D’Angelis (edizioni Polistampa). La particolare lettura della plurimillenaria storia della città, ma anche di Prato e Pistoia, e dei suoi fiumi, torrenti ed acquedotti, scelta dal presidente della società pubblico-privata regala non poche sorprese, ricostruendo vicende storiche, costumi e cambiamenti sociali, dall’accampamento della preistoria sull’Arno fino al terzo millennio, con un ricco corredo di immagini.
Così scopriamo che i fiorentini, anzi i florentes come si chiamavano all’epoca, seppero che, nel 15 dopo Cristo con Tiberio imperatore, per difendere Roma dalle piene del Tevere si era concepita l’idea di deviare in Arno la Chiana, affluente indiretto del grande fiume. Una delegazione si precipitò nella capitale e riuscì a scongiurare
il pericolo, salvando così tutta la valle dell’Arno e l’assetto del territorio e della città. L’Arno allora era ben diverso, con un corso più tortuoso, i rami dei Bisarni, paludi che lo affiancavano in molte aree prima di arrivare al Tirreno, ma già con le sue piene e alluvioni creava un pericolo costante per l’economia e la vita di Firenze. Fu l’impero romano a costruire l’unico acquedotto che Firenze avrebbe avuto fino all’Ottocento e che dopo 16 chilometri portava l’acqua di Monte Morello nel cuore del centro, a dotare la città delle grandiose terme di piazza Signoria, costruendo fogne e latrine. L’acquedotto fu distrutto con il declino seguito alla fine dell’impero e la lunga eclisse del Medio Evo, ma la rinascita della città fu legata anche al suo fiume. L’acqua era essenziale per la lavorazione della lana, permetteva di esportare le merci, alimentava le macchine della Zecca per coniare il Fiorino d’oro ed i mulini, difendeva la possente cinta muraria.
D’Angelis parla dei primi problemi causati dal disboscamento, del gigantesco battello mosso da ruote a pale progettato dal Brunelleschi per trasportare i marmi necessari alla cattedrale, il Badalone, che però naufragò nel viaggio inaugurale, dell’idea di regimentare l’Arno del Magnifico, ma anche delle tante alluvioni e delle epidemie che si rincorrevano a causa delle pessime condizioni igieniche e delle credenza che
l’acqua fosse da evitare per conservare il benessere e la salute. Piano piano, quello che oggi definiamo sensibilità ambientale, il progresso, si fece strada e così i macellai furono cacciati da Ponte Vecchio e smisero di gettare in acqua carogne e scarti, i torrenti deviati, i ponti e le sponde palcoscenici di feste e fuochi d’artificio.
Con i Lorena e il secolo dei Lumi furono progettati ed eseguiti (anche se non sempre) nuovi acquedotti ed opere idrauliche, mentre gli esperti si scontravano su cosa fare, ma Firenze capitale d’Italia prendeva acqua ancora dai pozzi. Alla fine, scartata l’idea di prelevare l’acqua del Reno e dirottarla a Firenze, arrivarono le fogne del Poggi ed i primi sistemi di depurazione. Gli ultimi decenni hanno cambiato le cose - ad iniziare dall’alluvione del ’66 che allontanò i fiorentini dal fiume, rendendolo tra le altre cose non più balneabile - ma mostrano anche come i tempi italiani siano sempre biblici e come molto ci sia da fare. "Facile come bere un bicchier d’acqua, si dice. Ma dietro il semplice gesto di aprire un rubinetto c’è un immane lavoro, risorse umane, investimenti, tecnologia, organizzazione", scrive Erasmo d’Angelis e anche questa è una sorpresa. Ma il vero fascino del libro sta in questo lungo rapporto amore-odio tra Firenze e il suo fiume; nei tanti fatti storici e aneddoti che alla fine ci ricordano semplicemente che siamo tutti figli della grande "madre" acqua.
La conquista dell’acqua
Dai laghi preistorici alla gestione del bene comune