Un mare che non si stanca
Famiglia cristiana, 13-09-2008, Simonetta Pagnotti
Il figlio che ha perso ci guarda bello come un attore nella cornice in plexiglas, di fianco alla finestra del terrazzo affacciato sul mare. Aveva solo 22 anni quando è morto, schiacciato da un auto fuori controllo, mentre con gli amici della parrocchia stava andando a Taizé, presso la comunità di Frère Roger. Lorenzo è sempre nel suo cuore. Da quando è morto «mi comunica ogni sera, è l’unico modo per incontrarlo», spiega Rodolfo Doni. Che per il figlio ha scritto Colloqui con Lorenzo, Dialogo sull’aldilà, Con te nella Resurrezione,di imminente pubblicazione per Pagliai Editore, «una specie di seconda conversione».Incontriamo Doni nello studio della sua casa di Marina di Campo, all’isola d’Elba, a pochi metri dalla spiaggia, una casa dove, da 40 anni, passa l’estate con figli e nipoti e dove ha vissuto eventi lieti e tragici, come la morte di Lorenzo.«In questo mio ultimo libro ho cercato anche di capire il perché delle storie singole personali e della storia collettiva», continua. «Dell’ultima grande guerra, per esempio, dove ho identificato alcune grandi svolte, tra cui, importantissima, quando Hitler stava costruendosi la bomba atomica, prima ancora degli americani: se questo fosse avvenuto, naturalmente, sarebbe stato tutto molto diverso. In altre parole cerco il “quid” della storia»Molti lo considerano il più grande scrittore cattolico dei nostri tempi. Classe 1919, pistoiese ha avuto quattro figli e amici come Giorgio La Pira, Geno Pampaloni e Gianni Letta, conosciuto quando scrisse per “il Tempo” una serie di articoli nei giornali della morte di Moro e dell’elezione di Giovanni Paolo I. Una profonda vena religiosaServo inutile è uno dei suoi romanzi più famosi e più tradotti. Come sempre, lo scrittore unisce poesia e impegno sociale ma, soprattutto, quella vena religiosa che caratterizza tutta la sua produzione letteraria e saggistica. Non va dimenticata la sua Storia di Gesù e le sue biografie di san Francesco, santa Chiara e Giorgio La Pira.In Servo inutile con la storia di don Enrico, giovane sacerdote che per amore di Claudia chiede la dispensa, ma non rinnega i voti, ha anticipato, senza cadere nel facile sensazionalismo, un tema ripreso da sceneggiati di successo come Uccelli di rovo o il più recente e nostrano Un prete tra noi.L’amore
tra un prete e una donna. Si parla non di una tentazione occasionale, ma di un amore vero, destinato a durare tutta la vita, senza per questo cancellare l’amore per Cristo e per la Chiesa. Per questo, tragico e tormentato.Come è nato questo libro? Ci sono tanti riferimenti a una storia vera?«Me l’hanno chiesto tante volte, addirittura qualcuno ha pensato che io fossi un prete... No, ho solo immaginato, mi sono messo nei panni di un giovane sacerdote che, per forza di gioventù, s’innamora di una ragazza. Perché? E chi lo sa. Sono idee che ad un certo punto mi sorridono e poi si sviluppano via via. A volte io stesso mi meraviglio che la storia arrivi a compiersi».Il vero tema del romanzo è l’amore..«Si è così. Posso dirlo solo a posteriori, perché come le ho detto, l’illuminazione è una sorta di mistero. Credo che l’amore umano, la forza straordinaria che Dio ha messo in movimento, non sia estranea all’amore mistico. Il corpo, tra l’altro, non è un elemento secondario nella concezione del Cristo, tant’è vero che lui è risorto anche col corpo. Papa Ratzinger nella sua prima enciclica, che io trovo straordinariamente nuova, rivaluta l’eros. Posso dire che in questo libro ho voluto rivalutare l’amore in ogni senso. Il tema del libro è proprio l’amore corporeo e mistico, che in sostanza è tutt’uno, come del resto spiega bene il sacramento del matrimonio»I suoi personaggi sono però molto tormentati, vivono tutto questo in maniera molto dolorosa...«In verità tutti i miei libri sono un po’ così, e io, ormai sono arrivato a 42 titoli pubblicati. D’altra parte chi può dire di non porsi domande davanti al problema del male come dolore, come colpa e come errore? Anche il credente se le pone, anche il vecchio continua a domandarsi perché il Cristo ha dovuto umanizzarsi e morire in croce per salvare l’umanità, mentre aveva altri e più facili modi: questo,tanto per fare una domanda alla quale non so rispondere. Anche i teologi si arrampicano, a parte il fatto che a volte parlano solo a sé stessi»Lei, comunque, sembra una persona diversa, meno tormentata...«Ha ragione, in fondo la mia è una fede serena da quando, in guerra, l’ho voluta ritrovare da me, perché la mia testardaggine
e il mio orgoglio mi portarono a questo. Non mi accontentavo del “raccogliticcio” familiare e chiesastico; infatti lessi tanto. Rimasi tre mesi in un ospedale militare e lì si configurò tutta la mia cultura religiosa. Da allora devo considerare la mia fede non come un deposito in banca da cui si attinge quando si ha bisogno, perché così si rischia prima o poi di esaurirlo, ma come un mare che di continuo ritorna insieme all’onda, per cui non ci si stanca mai. Anzi, dopo la morte di Lorenzo mi sono attaccato all’Eucarestia, anche se adesso mi sto dedicando solo alla pittura».La sua passione per la pittura si rapporta in qualche modo col suo essere uno scrittore?«Non lo so nemmeno io. Le posso dire che ho cominciato a 14 anni a dipingere e anche a scrivere. In pittura sono stato completamente autodidatta, ma ho continuato sempre a lavorare , sto dipingendo anche adesso. Gli occhi li ho buoni. Ho fatto due o tre mostre, ma sempre collegate alla presentazione di libri. Non credo ci sia un rapporto. Anzi molti mi hanno chiesto come mai la mia pittura sia così serena e luminosa, mentre i miei libri sono fortemente problematici. Onestamente non lo so».Torniamo al servo inutile. Il tema che fa da sfondo al romanzo, e cioè la necessità di rivedere il celibato dei preti, lei lo considera un problema attuale della Chiesa?«Francamente rifuggo da questa domanda e non perché non voglio rispondere in pubblico: non la rivolgo nemmeno a me stesso. Non è solo per disciplina nei confronti della Chiesa. Grazie al cielo e ringrazio veramente il cielo, non spetta a me una risposta e, se dovessi decidere in merito, non saprei che scelta fare. E’ certo che c’è una un mistero nel prete, un qualcosa che lo lega a Dio in un modo particolare. La vocazione religiosa ricorda un po’ quella dell’arte. Quando ero in guerra la sera, sotto le bombe, scrivevo un diario che poi fu pubblicato negli Oscar Mondadori, ma non sapevo nemmeno se sarei arrivato vivo alla mattina dopo. Perché lo facevo? Non avevo altro scopo che lo scrivere, cercavo la parola, che deve essere quella e non un’altra, perché se non è quella il vero scrittore si ferma, in questo aveva ragione D’Annunzio. E così c’è un mistero dietro la scelta del prete. Ho cercato in qualche modo di scoprirlo, non so se ci sono riuscito».
Servo inutile