Nencini: «Il conflitto con Firenze non la faceva stare in pace»
Monsignor Fisichella: «Quando Oriana chiese a Dio di aiutarla»
Il Giornale della Toscana, 21-10-2007, Cristina Manetti
I giorni prima della morte nei ricordi di Nencini e Fisichella. Il commovente ricordo dell’amico e confidente: «La morte non l’ha voluta affrontare da sola ma con un prete che le tenesse la mano». «Discutemmo dell’opportunità di un funerale religioso, ma poi rimase sulle sue posizioni». Nencini: «Il conflitto con Firenze non la faceva stare in pace». Nel Cenacolo di Santa Croce, davanti ad un numeroso pubblico è stato presentato il libro del Presidente del Consiglio Regionale Riccardo Nencini, Oriana Fallaci. Morirò in piedi (Polistampa). Con l’autore ne ha parlato Monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense e vescovo ausiliare di Roma. Moderatore: Giampiero Gramaglia, direttore dell’Ansa. Il presidente del Consiglio Regionale ha presentato il libro sul suo incontro con la scrittrice: «Negli ultimi anni la lettura che si dava della sua opera era troppo faziosa». «L’essere in dissido con la sua città, che amava straordinariamente, era un dolore. Il desiderio di riconciliazione si manifestava nel rendere noto quello che lei aveva dato» Di fronte a decine e decine di persone sedute – moltissime anche in piedi – nel meraviglioso Cenacolo di Santa Croce, ieri mattina si è svolto un bellissimo e profondo dibattito su Oriana Fallaci, la grande fiorentina. Aperta da Riccardo Nencini, autore del libro Oriana Fallaci. Morirò in piedi, la discussione è stata approfondita dalle bellissime parole di Monsignor Rino Fisichella, Rettore della Pontificia Università Lateranense e stretto confidente della scrittrice fiorentina. Dopo i saluti, Monsignor Fisichella ha subito parlato delle tante sfaccettature di un carattere complesso e profondo come era appunto quello di Oriana Fallaci. Una donna «graffiante, ironica, dura» ma anche «dolce, fragile e indifesa». «Oriana Fallaci era realmente questo. Se si volesse mettere mano a una descrizione concreta di chi fosse, questi aggettivi ritornerebbero con molta frequenza. L’esperienza che ho avuto del resto mi ha insegnato a vedere chi fosse veramente Oriana Fallaci nel suo intimo e nella sua relazionalità. Vorrei che il suo ricordo non andasse perduto, perché Oriana Fallaci è stata una grande donna prima ancora che una grande giornalista. Non so quante persone, con le lacrime agli occhi – donne, ragazze, studentesse della mia Università – mi hanno detto: leggendo i suoi libri ho imparato a diventare donna; ad avere l’identità di una donna». Monsignor Fisichella ha poi proseguito il suo lungo intervento parlando anche degli aspetti più complessi della scrittrice fiorentina, di diversità e affinità intellettuali che li accomunavano. «Anche se non condividevo fino in fondo quelle che erano le sue teorie, o quanto scriveva, e questo ne faceva evidentemente oggetto di dibattito – ha infatti spiegato Fisichella – è stata una grande italiana che avrebbe meritato di essere difesa, come sono state difese tante altre italiane di recente. Ma all’epoca nessuno alzò la voce per difendere Oriana Fallaci, quando nella Galleria di Milano in una mostra veniva raffigurata decapitata. Amava Firenze in maniera spasmodica e Firenze probabilmente non ha corrisposto questo amore». Monsignor Fisichella ha anche elogiato l’importante contributo che la sua opera letteraria ha dato. «Ha fatto conoscere quella che è l’identità di questo Paese – ha sottolineato – e che piaccia o no è un’identità profondamente radicata nella cultura cristiana. Oriana Fallaci è stata anche una grande giornalista, ha inventato un personale stile di intervista. Può piacere o meno, ma resta il fatto che è stata geniale in tutto questo come è stata geniale in quel genere letterario che ha assunto. Condivido Nencini quando dice che bisogna giudicare la globalità di una vita. Non è giusto mettere in croce una donna soltanto per alcuni suoi testi. Oriana Fallaci ha scritto tantissimo». Con tante parole, frasi e pensieri monsignor Fisichella ha poi scavato a fondo quella complessa personalità di donna forte, ma al tempo stesso generosa e aperta al dialogo. Ferma nelle sue convinzioni, ma fragile e insicura. Impaurita davanti alla morte e al suo male. «Se ci sei perché non mi aiuti, disse una volta guardando al cielo», ha ricordato commosso monsignor Fisichella aggiungendo che più di una «negazione»
era una «richiesta di aiuto». «Oriana Fallaci è stata una donna generosissima. Custodisco gelosamente i libri antichi che mi ha regalato»: così il vescovo ausiliario di Roma ha ricordato di aver conosciuto una Oriana dolce e capace di grande ironia. Ed è a questo proposito che Fisichella ha citato la lettera (datata 14 febbraio 2006, ndr) nella quale Oriana Fallaci parlava scherzando delle onorificenze che le avrebbero assegnato il Ministero della Cultura e il Consiglio regionale della Toscana e che lei avrebbe voluto mettere in vendita in una bancarella a New York. «Sai, mi dispiace molto morire. Infatti me ne vado con tanti dispiaceri. Ma quello più grosso è averti trovato così tardi. E ora che sto per andarmene, ciò non basta». Così invece Oriana Fallaci si rivolgeva in un’altra lettera a monsignor Fisichella. «Mi sento come Lavoisier che, condannato alla ghigliottina – proseguiva – chiedeva due o tre giorni di più per concludere una formula rimasta interrotta. Ma le belve non glielo concessero. E il poverino salì sul palco mormorando: che peccato, è veramente un peccato». Tra i temi affrontati nel suo intervento Fisichella ha parlato a fondo anche della “fede” di Oriana, l’atea-cristiana. «Oriana Fallaci è rimasta se stessa e in modo laico ha saputo affrontare la morte. Con una debolezza però:la morte non l’ha voluta affrontare da sola, ma con un prete che le tenesse la mano. E questo spiega la capacità di voler dare, in qualche maniera, un senso alla morte».Non sono mancate affinità e punti di contatto e infatti Fisichella ha posto l’accento su come la «la ragione e la fede tendono tutti e due al desiderio della verità. Bisogna solo fare a gara per chi arriva prima e trascinare il compagno di viaggio. Ragione e fede sono compagni e, che ci piaccia o no, là dove non arriva la ragione arriva la fede e viceversa. Con Oriana andavamo d’accordo proprio per questo motivo. Certamente lei vedeva in me un uomo di chiesa, ma anche una persona con la quale si poteva ragionare. E io in lei vedevo una donna con una ragione molto forte, lucida nelle sue analisi, anche se non sempre condivisibili. Ricordo quando le dicevo: “Vedi Oriana quando tu dici tutte queste cose, per esempio sull’Islam, devi capire che in Italia l’immigrazione in prima istanza non è immigrazione dal mondo musulmano. Ma la maggioranza degli immigrati sono di religione cristiana, sono ortodossi”. Lei non voleva convincersi di questo e il dibattito continuava su questi temi». Poi l’attenzione è volata a dubbi lasciati aperti sulla volontà di funerali religiosi. Dubbi che «fino alla fine» non avrebbero abbandonato Oriana Fallaci, l’atea-cristiana. «Avevamo discusso in altri momenti sull’opportunità di un funerale religioso – ha spiegato infatti Fisichella – . In particolare quando era a Roma, mia ospite, discutemmo di questo». Pur sapendo che doveva morire, «lei vedeva la morte come una cosa molto lontana, come faremmo noi adesso». Ma sui funerali era «possibilista», ha anche aggiunto monsignor Fisichella. E lo era «proprio per quelle ragioni che ho detto, e cioè che le ricordavo la sua estrazione, quello che lei era e che, una cultura come quella che difendeva, richiedeva anche questo nel momento della morte». Di funerali religiosi monsignor Fisichella e la scrittrice fiorentina parlarono poi a New York, «alcuni giorni prima che rientrasse a Firenze». Qui le confermò di voler morire «rimanendo sulle posizioni di laicità per il funerale, come suo papà». «Gli ultimi giorni di vita di Oriana sono trascorsi nelle braccia e nella memoria del Monsignor Fisichella uno tra i pochi depositari delle sue volontà». Con queste parole il Presidente del Consiglio Regionale Riccardo Nencini, che ieri ha presentato il suo libro Oriana Fallaci. Morirò in piedi in un Cenacolo di Santa Croce gremito di persone, ha iniziato il ricordo di quell’ultimo incontro avuto con Oriana Fallaci nel luglio del 2006. un incontro che fu un momento per ripercorrere la storia ideale della Fallaci: giornalista, scrittrice e donna che amava la libertà, la giustizia, la democrazia e che non rinunciava ad essere provocatoria di fronte alle debolezze dell’Occidente o ai pericoli dell’integralismo islamico. «Il libro - ha proseguito Nencini - è una parte
minima delle delle sei ore di discussione, a volte anche accesa, che avemmo. Il titolo lo scelse lei, riprendendolo da un’intervista intitolata appunto Oriana intervista Oriana del 2004». Seduti in prima fila anche il nipote Edoardo Perazzi, la segretaria e la confidente di Oriana Fallaci Daniela Di Pace e il direttore del Giornale della Toscana Riccardo Mazzoni. In un lungo intervento Nencini ha raccontato le tante sfumature, spesso contraddittorie del carattere della grande scrittrice fiorentina. «Oriana come Montanelli, era una toscanaccia a tutto tondo - ha fatto notare sorridendo il Presidente del Consiglio Regionale - uno di quei caratteri forti, duri, spigolosi. Ma negli ultimi tempi questi tratti erano stemperati da momenti in cui indulgeva anche alla dolcezza». L’obiettivo del libro è infatti quello di rappresentare il carattere di Oriana Fallaci nella sua interezza «perché negli ultimi anni - ha detto Nencini - la lettura che si dava del suo personaggio dei suoi scritti delle sue idee era una lettura troppo di parte, faziosa». Nencini ha anche ricordato che per la Fallaci era motivo di dolore essere in conflitto con la sua città ed esprimeva «un grande desiderio di riconciliazione con questa». Subito dopo il pensiero si è spostato alla consegna della medaglia del Parlamento Regionale toscano, avvenuta a New York nel 2006. «Vi fu una lunga discussione che i giornali seguirono - ha raccontato Nencini - e qui in prima fila c’è il direttore di uno di quelli che ne discusse più a lungo, Riccardo Mazzoni. Si parlò molto su quale fosse il significato di questa consegna. Ci fu chi provò a dividere la vita di Oriana Fallaci in pezzi, in quarti. Questo quarto va bene, questo quarto va male. Io ho sempre pensato che avesse ragione Balzac dicendo «la vita di una persona non si taglia. Chi fa la cronologia, fa la storia degli sciocchi». E la vita di una persona infatti va presa nella sua integrità, con le cose che ci piacciono di più e con le cose che ci piacciono di meno e che nella loro interezza bisogna valutare. Ricordo che la sera successiva al conferimento della medaglia il console italiano a New York, Bandini ci fece alzare dal tavolo dicendo: «Se continuate così - cioè a discutere con questa animosità - rischiate di rovinare la cena. C’è una stanza appartata andate a discutere di là». Cosa che facemmo, perché non c’era accordo su alcune questioni, in particolare sull’evidenza che lei dava a quella che chiamerà Eurabia e a tutto ciò che le stava attorno. Ovvero a quello che Oriana riteneva fosse l’unico baluardo possibile per far fronte all’offensiva senza freni dell’Islam». «C’è una frase nel mio libro - ha proseguito Nencini - che penso possa riassumere le sue posizioni e che riportato per intero. Guarda - mi disse - il punto è che l’Occidente è troppo grasso, non ha più voglia di lottare e i suoi lavori sono diventati vacui. Dall’altra parte ci sono donne e uomini che hanno fame, che hanno una fede religiosa fortissima che li tiene decisamente coesi, sono disciplinati, fanno molti figli». Tesi non dissimile questa da quella che il più grande esperto di Islam, Bernard Lewis, ha sostenuto fin dagli anni Ottanta guardando all’evoluzione delle relazioni fra civiltà e soprattutto leggendo la vicenda musulmana e islamica con le sue argomentazioni. Una sorta di indiretto via libera a Morirò in piedi scaturiva, da quello che può essere definito una sorta di desiderio di Oriana, di avere una presentazione fiera della sua storia. «Perché l’essere in dissidio con la sua città, che amava straordinariamente, io non penso che la tenesse in pace. C’era qualcosa, una virgola un punto, che continuamente le rodevano nella relazione con la Toscana e con Firenze. E il suo desiderio di riconciliazione si manifestava ad esempio nel rendere noto ciò che lei aveva dato a questa città; che non apparteneva soltanto ai tempi precetti, ma era tagliato nelle origini della sua famiglia, nelle radici della sua vita adolescenziale e dell’infanzia. Tanto che uno dei suoi desideri era proprio quello di tornare nella Torre dei Mannelli, nella quale da ragazzina si recava, per il padre. Perché proprio questa torre, l’unica rimasta in Ponte Vecchio, era il quartier generale del gruppo di “Giustizia e libertà” nei giorni che precedettero la liberazione».
Oriana Fallaci
Morirò in piedi