Giornalismo e libertà
America Oggi, 25-11-2007, Franco Zangrilli
Oriana Fallaci “vista” da Riccardo Nencini attraverso le conversazioni (anche telefoniche) avute con la scrittrice gravemente malataIn Oriana Fallaci. Morirò in piedi Riccardo Nencini traccia un felice profilo di Oriana Fallaci poco prima di morire il 15 settembre 2006 nella sua città natia di Firenze. Attinge soprattutto alle conversazioni (anche telefoniche) avute con la giornalista-scrittrice gravemente malata di cancro, ma sempre lucidissima nell’affrontare la discussione della propria morte e i tanti argomenti di attualità dell’era postmoderna. Il suo discorso femminista incorpora preoccupazioni, istanze, polemiche, attualità e tematiche che vengono a galla dagli anni Settanta in poi, non solo nei suoi articoli giornalistici, ma anche nei sui romanzi quale Lettera ad un bambino mai nato. Fallaci, che dagli inizi degli anni Settanta vive a New York imponendosi come una delle giornaliste forse più controverse dei nostri tempi e più impegnate a non tacere sui temi più scottanti del giorno, anche con articoli vergati dalla “rabbia”, osserva e viene motivata dal neo femminismo americano di quel periodo che si accompagna al movimento di contestazione degli studenti delle università statunitensi. Il “milieu” culturale e newyorkese ammalia la Fallaci. Non può non essere attratta dal fenomeno del new journalism e dalla produzione giornalistico-letteraria dai loro esponenti, da Talese a Wolfe, a Capote. Dalle conversazioni con Nencini si capisce che la giornalista- scrittrice considera New York il mondo del futuro e Firenze
quello del passato, che è amareggiata per non essere amata in Italia, che ama ricordare l’universo della sua infanzia- adolescenza trascorsa a Firenze, specie la realtà familiare, tra cui spicca la figura del padre partigiano con una «rigidità morale» e l’immagine di una casa piena di libri. Appassionante è il ricordo della fine della Seconda Guerra Mondiale, del suo coinvolgimento ad aiutare i partigiani fiorentini. E altrettanto appassionante è il ricordo del suo lavoro di inviata speciale intervistando i più potenti personaggi politici e non del nostro pianeta (Kissinger, Gheddafi, Khomeini, ecc., e tenero è il ricordo di lei giovane fanciulla che incontra lo scrittore e il pittore Carlo Levi), delle sue esperienze di corrispondenze di guerra nel Vietnam o in Messico dove, durante uno scontro violento tra studenti e forze dell’ordine, viene ferita gravemente: «Mi cedettero morta, mi portarono all’obitorio e mi buttarono su un mucchio di cadaveri. Il sangue dappertutto. Pensa te ... se ne accorse un prete che ero viva». Con una memoria struggente rivisita le tappe più significative della sua vita personale e della sua carriera di giornalista, facendo spesso trasparire uno spirito etico e battagliero, tipico del giornalista che sposa la missione di ricercare e di denunciare la verità. Per la Fallaci il giornalismo è la vita, è libertà di esprimere il pensiero soggettivo, è un’avventurosa ricerca di una verità più vera: «Io non so vivere, non avrei saputo vivere
senza l’avventura. Qualsiasi cosa mi accada io la trasformo in sfida. Il giornalismo, di avventure, me ne ha regalate parecchie. Però nessuna m’è venuta gratis, ciascuna è costata un prezzo assai alto». Sovente si scaglia contro i personaggi mediatici e dell’informazione, dai giornalisti della carta stampata a quelli televisivi, inclusi i corrispondenti di guerra, che non scendono in campo a raccogliere le notizie, che insomma non esercitano il loro mestiere con serietà e professionalità, e rievocando le sue esperienze di reporter in duri conflitti, sembra attaccare anche i servizi su Desert Storm di Peter Arnett della CNN: «Quando sei in una trincea, in una buca, con i soldati che ti muoiono accanto devi essere svelta. Ora [ ... ] ci sono inviati di guerra che fanno i servizi da una camera di albergo a quattro stelle. Si affacciano dalla terrazza con una tazza di tè e cosa vedono? La piscina o un giardino. Eppure scrivono lo stesso. E che pezzi!». Nencini ci fa capire che lo sguardo della Fallaci sul mondo occidentale dei nostri giorni è molto profondo, tanto che lo vede sempre più denudato dei principi etici, precipitato nell’ambito della decadenza, in una crisi che fa paura e che viene sfruttata dai fondamentalismi musulmani: «L’Occidente è malato, ha perso la voglia di lottare, oppone valori vacui di fronte all’integralismo islamico. L’Europa si è rammollita. Ci manca solo che facciamo i ponti d’oro all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea». 
Oriana Fallaci
Morirò in piedi