L’ostinata volontà di fare
Il Grandevetro, 01-10-2006, Alfio Pellegrini
Pretesti intorno a un libro di Galante GarroneMi accade sempre più spesso, giunto stanco a fine settimana, di prendere in  mano un libro quasi a caso, in modo non programmatico, e di cominciare a leggerlo ugualmente a caso. Di seguire questa assenza di metodo, non lo suggerirei a nessuno, ma a volte sono proprio queste le occasioni in cui facciamo gli incontri più intensi. Mi è capitato così per le mani un libro che giaceva da tempo nei mie scaffali in attesa di essere letto, Profili del ’900 – Storici, magistrati, militanti, di Alessandro Galante Garrone, edito da Polistampa lo scorso anno, a cura di Cosimo Ceccanti, che vi ha raccolto gran parte degli scritti originariamente apparsi sulla Nuova Antologia, diretta (si ricorderà) per lungo tempo da Giovanni Spadolini.Mi hanno dapprima incuriosito le pagine di Massimo Mila, dopo di che sono passato ad altri saggi, immergendomi nel piacere di ritrovarvi la bella scrittura di Alessandro Galante Garrone, limpida e gradevole, semplice e partecipe, umanamente viva. Ed ho finito col leggere l’intero volume, quasi senza accorgermi, nel transitare da un saggio all’altro, diversi per estensione, per contenuto e, a veder bene, anche per tono, di star correndo sulle righe come si trattasse di un romanzo.Colpisce, di Galante Garrone, la capacità di sentire con forza l’amicizia e di serbarne  fresco il ricordo, trasmettendone la densa carica umana anche al lettore. Questo parlare con compostezza e buon gusto di  uomini e di donne conosciuti e frequentati, evidenziandone le virtù pur senza tacerne all’occorrenza gli umani limiti, sembra a me uno dei tratti distintivi della generazione mia, non solo poco incline ad accreditare le virtù e riconoscimenti, ma ostinata (verrebbe da dire) nella perversa ricerca di fini riposti anche dietro l’azione buona ed il retto sentire che la fa compiere. Ne traggo la persuasione che dovesse animare queste persone, uomini e donne, una diversa disposizione alla vita, uno stato d’animo più pronto ad accogliere la ricchezza dell’altro e a valorizzarla. Non mi sfugge, ovviamente, che la generalizzazione è come sempre esagerata e che l’età loro ha conosciuto anch’essa personaggi cinici e privi di scrupoli, allo stesso  modo che anche oggi, e pure nella mia generazione, incontriamo persone generose. Tuttavia questa impressione di differenza di fondo mi riamane addosso e mi pare stia anche qui una delle ragioni per cui noi non abbiamo fatto storia di noi stessi, non ci siamo raccontati e, anzi, rispetto al passato condiviso, abbiamo più spesso fatto il possibile e l’impossibile per cancellarlo e dimenticarlo nel mentre stesso che, per i più vari motivi (una ricorrenza, una persona scomparsa e via dicendo), le circostanze ci portavano a parlarne. Si è fatto più del revival che della narrazione, e non perché l’epoca nostra non avesse un suo spessore forte e raccontabile, benché diverso da quei nostri maggiori, ma perché forse nelle nostre fibre
s’era come instillato il sottile veleno del consumo, e consumare esperienze (o esserne consumati) finiva per essere la sottesa e fondamentale pulsione del nostro esistere. È successo, così, che non di rado abbiamo generalizzato piuttosto che specificato e dettagliato, con una limitata cura dei fatti e delle scansioni cronologiche.È una differenza che, almeno me, mi colpisce: Galante Garrone parla di uomini e di donne, mostrandoceli nel loro agire quotidiano, con le idee e i pensieri che in questo fare li accompagnavano, e proprio questo dà concretezza al discorso. Né ne escono fuori dei santini, ma dei personaggi vivi, ora ritratti a tutto tondo, ora disegnati appena in un rapido schizzo rivelativo.C’è, per esempio, anche un ritratto di Primo Levi, testo ampliato dell’intervento commemorativo tenuto al Tempio Israelitico di Torino la sera del 21 maggio 1987. Vi apprendiamo che uno dei primi lettori di Se questo è un uomo fu proprio Alessandro Galante Garrone, che ne suggerì la stampa a Franco Antonicelli, nella sua piccola casa editrice, la De Silva, dopo che Einaudi lo aveva respinto. E dello scrittore cogliamo, se possibile, tutto l’interiore rovello che l’accompagnò dopo Auschwitz fino alla morte tragica, pur dietro una razionalità apparentemente serena, che ne faceva sembrare grandi la forza e la voglia di vivere: come sicuramente per un periodo non breve è anche stato, se poteva accadere che, nel dicembre del 1961, a conclusione di una serata con amici, proprio a casa di Galante Garrone, Levi prendesse a raccontare “alcune delle sue straordinarie vicende del suo ritorno da Auschwitz a Torino”, che di lì a non molto, anche dietro il sollecito dell’amico magistrato, avrebbero dato forma a La tregua. Non nascondo, anzi, di aver colto a suo tempo come uno scarto, a cui più tardi, dopo la morte, ho più volte ripensato, con l’uscita di I sommersi e i salvati, libro splendido e terribile per le angosciose tematiche che vi vengono tormentosamente scandagliate, con una lucidità che viene voglia di definire allucinata.Sono queste annotazioni concrete a fare il pregio del libro di Galante Garrone, col loro fresco richiamo ad un vissuto preciso, fatto di incontri, di serate in compagnia, di conversazioni schiette, insomma di quella amicizia mai banale, che è confronto vivo sulle cose, verrebbe quasi da dire crescita condivisa.Sotto questo profilo, mi tocca molto il ritratto di Gigliola Spinelli, sorella di Altiero e moglie di Franco Venturi, donna vitale, libera ed attiva, staffetta della Resistenza da giovane e poi estemporanea scrittrice di poesie, molte delle quali sicuramente non pubblicate, che disseminava su foglietti, lettere, messaggi, in italiano francese inglese e persino russo. Traduttrice infaticabile proprio dal russo, imparato nei tre anni vissuti  a Mosca col marito presso l’ambasciata italiana, fu attiva nell’impegno civile e sociale (vicina a Danilo Dolci a Partitico, quando questi subì il processo fu grazie alla intercessione
di lei che Piero Calamandrei lo difese in tribunale con una arringa memorabile) e caldeggiò “il diffondersi di nuove ardite esperienze pedagogiche di scuola attiva”, tra l’altro con la stampa dei Quaderni di San Gersolè da Einaudi, carata da Maria Maltoni, ma con la sua collaborazione.Viene facile pensare come oggi scuola e impegno civico siano spesso fuori dalla considerazione dei più e una simile passione che non può che destare simpatia verso una donna così vivace, che per altro non conoscevo affatto, con un sentimento di partecipazione anche per le poesie, nelle quali ben presto s’era insinuato, ma (dice Galante Garrone) come prendervi familiarità, il tema amaro della morte. Non starò a ripercorre tutti i profili che si leggono nel volume di Garrone, che consiglio agli amici per una mezza giornata di relax non sprecato. Dico solo che vi si legge un breve ritratto, che già conoscevo, anche di Spadolini, con un affetto da cui, col passare del tempo e col mutare della realtà che ci sta sotto gli occhi, non è difficile lasciarci coinvolgere, inclusa l’indulgenza su quella sua certa “vanità, ma così ingenua e scoperta che quasi inteneriva”. La conclusione di Garrone è molto lucida: “è verissimo che, oggi, un clima di volgarità, d’improperi, d’invericondi oltraggi, di fatuità, che antepone (come qualcuno ha detto) le discoteche alle biblioteche, gli stadi agli studi, sembra opprimerci. Ma non è detto che questa debba essere l’Italia di domani, o di sempre. Le minoranze hanno costantemente lotatto, nel nostro paese; e oggi hanno una vita particolarmente difficile. Ma è la storia ad insegnarci che sarebbe un errore abbandonarsi ad un catastrofico pessimismo. Ciò che conta è l’ostinata volontà di fare. Ce lo ha insegnato anche Giovanni Spadolini”. È un’altra pagina, per chiudere, varrà la pena di tenere a mente. È una lettera, la troviamo nel profilo dedicato a Nuto Revelli, alto grande spirito piemontese del secolo scorso, che la scriveva all’autore nell’aprile del 1989. eccola: “Caro Sandro, la baracca sta in piedi perché non è tutto marcio come appare. La nostra democrazia è come un tavolo tarlato: si regge sulle quattro gambe mal ridotte, insidiate anch’esse dai tarli che rodono, rodono, ma ancora solide malgrado tutto. Penso ai miei muli della Russia. Nei giorni del disastro erano fermi uno qua e l’altro là ai margini della pista; il manto bianco della galaverna che li rendeva simili a tante statue di gesso. Erano in agonia, ma stavano ancora in piedi proprio grazie alle quattro gambe malferme. Certo bastava un colpo di vento perché crollassero. Per abbattere la nostra democrazia occorre qualcosa di più di un colpo di vento. Ma stiamo attenti ai tarli che rodono, rodono, perché oltre un certo punto può poi bastare un colpo di vento. Ciao Sandro, caro amico di sempre”.
Profili del ’900
Storici, magistrati, militanti