Il coraggio di Oriana: «Morirò in piedi»
Libero, 12-09-2007, Francesco Borgonovo
Il governatore della Toscana Riccardo Nencini racconta in un libro il suo ultimo incontro con la Fallaci, dalle lacrime di commozione alla politica La prima telefonata arriva a Riccardo Nencini, presidente della Regione Toscana in quota Sdi, nel bel mezzo di una riunione: «Sono a Firenze da qualche giorno. Vorrei tanto vederti ma non dirlo a nessuno, a nessuno, capito?». Pochi giorni dopo, un venerdì bollente nell’estate 2006, il cellulare torna a squillare: «Vieni presto, devo parlarti. Domenica. Da solo. Non voglio farmi vedere da nessuno se non da te. La casa è piccola, sembra quella dei nani di Biancaneve, ma in due ci stiamo. Prendo l’indirizzo».È Oriana Fallaci che parla. Un’Oriana che si appresta ad affrontare gli ultimi due mesi di lotta feroce contro il cancro, l’alieno che ormai «penetrato ovunque» tanto da farle sussurrare: «Sto male, molto male. Il dolore alla schiena si è fatto insopportabile e dall’occhio non ci vedo». E: «Dall’inizio dell’anno faccio radioterapia per un giorno o due alla settimana, alle volte per tre giorni. Una cura che serve a poco. Mi intontisce e mi affligge». Ma il coraggio e la tempra d’acciaio non sono ancora vinti, e lei vuole incontrare Nencini, ha bisogno di chiederli un favore e forse vuole lasciargli l’ultimo ricordo. Di questo incontro, il governatore toscano ha raccolto le parole, le sensazioni, i silenzi in un libro che uscirà martedì prossimo: Oriana Fallaci. Morirò in piedi (Polistampa, pp.64, euro 6).«Ci siamo visti a casa di una comune amica a Firenze» spiega a Libero il governatore, «abbiamo passato un pomeriggio intero, dalle due alle otto di sera, a discutere di cose private, politiche, umane e storiche. Il libro contiene le parti che era possibile riferire, non quelle più confidenziali». Dice Nencini che Oriana era «cortese, vestita in modo impeccabile come sempre, molto curata e lucidissima nonostante la malattia. Era consapevole di essere sul punto di morire».Alla Fallaci sofferente, tuttavia, non mancano l’ironia, le frecciate, le battute e i sorrisi. «Ti ho fatto venire a quest’ora bastarda» scherza con l’amico Riccardo, capitatogli a casa nelle prime, roventi, vampate del pomeriggio «volevo prepararmi. Un bell’uomo a questa età ... E tu ti presenti con la camicia bruna. Somigli a un nazista!». I primi passi della conversazione, riporta il libro, sono di circostanza: domande sulla famiglia, sulla figlia del presidente che studia medicina («I medici, che gente», sbuffa Oriana), su che cosa bere. Poi si entra a
capofitto nel vivo.La Fallaci va al punto per direttissima: «Sono alla fine, Riccardo, e voglio morire a Firenze. Te l’avevo detto a New York. Ed ora ci siamo. Ma morirò in piedi, come Emily Brontë. L’ho anche scritto da qualche parte». Nencini farfuglia: «È presto per morire, Oriana». Ma lei non lascia scampo: «Sta’ zitto. Succederà tra agosto e settembre. E devo sistemare ancora molte cose. (...) A cominciare dalla mia casa qui, a Porta Romana. Dentro ho conservato bellissimi ricordi, foto, collezioni di cappelli e di orologi antichi da taschino da fare invidia. Ovunque fossi, andavo alla ricerca di orologi e di cimeli storici da acquistare. Avevo una spilla meravigliosa del periodo napoleonico. Spesso la mettevo durante le interviste con uomini di Stato. Per incutere soggezione. Vi sono anche i miei vestiti – una parte, certo – e tanti souvenir di guerra. In un armadio dovrebbe esserci ancora lo zainetto che avevo in Vietnam. (...) E poi appunti e manoscritti dei miei romanzi». Oriana vuole finire i suoi giorni a Firenze: «E dove se non qui? È la mia città. Qui sono nata, qui sono sepolti i miei affetti,la mia gente. Qui ho iniziato a volere la libertà quando ancora non sapevo cosa fosse. C’è un legame indissolubile fra me e Firenze, nonostante tutto. Siamo testardi, noi Fallaci». Un luogo da rivedere  In particolare, però, desidera rivedere un luogo: «La torre dei Mannelli» dice Nencini «la costruzione medievale in cui si nascondeva il gruppo di partigiani guidato da suo padre. Non c’era più tornata dal ‘44: la riaccompagnai e lì la vidi piangere di una commozione profonda». In quella torre, racconta Oriana, «ci andavo da bambina col nome di battaglia di Emilia. Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata (...). Ero una ragazzina con le trecce e mia mamma non sapeva nulla di quello che mio padre mi faceva fare. Dio come si sarebbe arrabbiata!». Le frasi di Oriana sono una cascata, interrotta qua e là da una sigaretta via l’altra. E da qualche goccia di champagne, giusto per bagnarsi le labbra: «Non mangio quasi nulla» è la spiegazione «non riesco a digerire. Il cancro. Lo champagne, perlomeno, mi dà qualche vitamina». Nel mentre, sfoglia qualche pagina di un libro su Don Milani: «L’ha scritto Neera, mia sorella, bravissima scrittrice. La migliore di noi perché tutte e tre scriviamo. Avrei voluto prepararne una nuova edizione». Quindi riprende il racconto: «Un giorno il babbo mi mandò di nascosto, sarà
stato l’inizio o forse la primavera del ‘44, a portare una rivoltella e qualcosa da mangiare in Piazza Pitti (...) a Carlo Levi. Avevo quattordici anni. Abitava in una stanza piena di libri e di quadri. Era un uomo triste, di poche parole. Io avevo messo tutto in un fagotto. Lo apre e sao cosa mi disse? La rivoltella è da donna – come se uno allora avesse potuto scegliere! - non la voglio, e le cose che mi hai portato da mangiare ... non c’è dell’altro? Gli risposi che noi si mangiava a stento per mettere da parte il cibo per lui e per altri come lui. La rivoltella me la fece riprendere. Coi tedeschi appostati lì vicino!» L’islam e i partiti Ma non ci sono solo i ricordi; c’è la politica, nelle parole della Fallaci, la durezza consueta nei confronti degli uomini di partito: «Sicofanti e vigliacchi non mi sono mai piaciuti. D’altra parte verso i potenti sono sempre stata irriverente». Poi, la discussione si sposta sull’islam. Nencini, uomo di sinistra, non è d’accordo con le sue tesi, nella discussione alza anche un po’ la voce. Oriana, serena, risponde: «Riccardo, l’Occidente è malato, ha perso la voglia di lottare, oppone valori vacui di fronte all’integralismo islamico. È grasso e loro hanno fame, non ha una fede e loro hanno una fede. L’Europa si è rammollita. Ci manca solo che facciano ponti d’oro  all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. (...) La libertà si è trasformata in permissivismo e se lo scrivi è pronta una manica di intellettuali a saltarti addosso».Di nuovo, la conversazione torna su Firenze: «Sai chi ha scritto i giudizi più duri su questa Fiorentina?» chiede Oriana «Lo sai? Tiziano Terzani! Ben più critico verso gli amministratori di quanto non lo sia stata io. Lui che ha inneggiato al maoismo ...». Nencini propone di aprire un fondo dedicato a lei  nella Biblioteca per l’identità toscana o nella Fondazione del consiglio regionale. Ma la Fallaci è scettica. «Ci devo pensare», dice. Infine l’ultimo saluto: «Ciao Riccardo, grazie della tua compagnia. Non so se ci rivedremo. Sono così peggiorata che allo Sloan Cancer Center hanno alzato bandiera bianca e fra poco l’alzerò anche io. It’s over. It’s the end of the road».Oriana rimase a Firenze altre due settimane. Circa due mesi dopo, il 15 settembre 2006, Nencini ricevette l’annuncio: «Mi chiamò alle sette di mattina un’amica comune. Mi disse che Oriana non c’era più».  
Oriana Fallaci
Morirò in piedi