Parronchi e la poesia che non grida
Liberazione, 23-03-2007, Roberto Gigliucci
Quando muore un poeta importante, ad esempio un poeta che ha partecipato alla stagione più esemplare della nostra tradizione novecentesca, l’ermetismo, e che ha rappresentato anche la dissoluzione stessa dell’ermetismo, o una delle sue dissoluzioni possibili, si dovrebbe rimanere quantomeno sgomenti, come sempre quando finisce qualcosa di grandioso, di epocale. Alessandro Parronchi è morto nella sua città, Firenze, il sei gennaio scorso; a dicembre di quest’anno avrebbe compiuto 93 anni. Non mi pare che se ne sia parlato abbastanza, al di là dei giudizi e delle predilezioni individuali. Con Parronchi è scomparso l’ultimo dei testimoni di una storia che oggi sembra, nella sua signorilità, muta e fuori tempo. Questa morte pare un sottilissimo whisper o un debole whimper, non un bang, per parafrasare Eliot, e i nostri timpani sono adusati a colpi di gong, boati, squassi, piuttosto che a fruscii e a bisbigli acquatici. Ma è proprio così? Non c’è antidoto alla indifferenziazione di ogni notizia? Ci sarà qualcosa che conta ancora? Il modo migliore per ricordare Parronchi è quello di estrarre dal sobrio cofanetto grigio i due volumi delle sue Poesie, che l’editore Polistampa ha pubblicato nel 2000 con un saggio introduttivo preciso, importante, bellissimo di Enrico Ghidetti e con un apparato di autocommenti la cui lettura è spesso emozionante; in questa appendice d’autore si leggono anche poesie che rimangono “fuori dal volume” ma che il poeta dichiara di non rifiutare. Parronchi era coetaneo di Luzi e Bigongiari, rappresentando con loro la cosiddetta “terza generazione” ermetica di area fiorentina. Il
suo ermetismo giovanile, però, era già indirizzato verso il reale e lontano da ogni incomunicabilità e da ogni orfismo; più volte egli ha ripetuto di aver sempre puntato a una scrittura “estremamente comprensibile”, a un desiderio di verità e realtà, a un amore per la vita pieno di dolore e sdegno ma mai oscurato da seduzione di tenebra. La nota più ferma della sua poesia, dalle origini alla vecchiaia, è certamente quella del classicismo; se di classicismi il Novecento è pieno, classicismi per lo più sfigurati, sfibrati, ironizzati, franti, strapazzati se non stuprati, quello di Parronchi è invece un classicismo raffinato e composto, un vero classicismo fiorentino. Un classicismo del verso perfetto, ma anche un classicismo di nobile e calda marmoreità, proprio di un poeta e critico d’arte professionista quale fu Parronchi, esperto di scultura michelangiolesca e soprattutto innamorato di statue come il Cupido dormiente o quella Venere acefala delle sue recenti poesie. Una dolce razionalità, insomma, come la “dolce prospettiva” che il professor Parronchi studiava e a cui dedicò pagine memorabili. Se risaliamo al suo esordio, I giorni sensibili, del ’41, troviamo un senso trepido e acuito della visione, in una lingua ermetica che si carica in modo strenuo della tradizione. Certo, il ribelle e turbato Nerval era il poeta preferito da Parronchi, ma in quei versi di fine anni Trenta noi ritroviamo lo smalto aureo del Petrarca. Imitare Petrarca nel Novecento è sempre un gesto carico di senso, non innocente, diciamo, se lo scorso è stato soprattutto il secolo di Dante; per chi ne vuole sapere di più rimando
a un ricco volume di recente uscita, Un’altra storia. Petrarca nel Novecento italiano, Bulzoni. Petrarchismo di Parronchi dunque, ma come sempre un petrarchismo che si incrosta di preziosità lucide, un petrarchismo che ha attraversato i secoli, riportando su di sè concrezioni e formazioni perlacee, complicazioni barocche, oscuramenti à la Mallarmè e, prima, in stile Gòngora. Quest’ultimo, nume dei poeti spagnoli della generazione del ’27, in Italia influirà soprattutto sull’ermetico salentino Bodini, mentre di Mallarmè Parronchi traduce il celeberrimo fauno, come fece anche Ungaretti. Ma per un fiorentino come Parronchi parlare di Barocco potrebbe sembrare un’eresia, qui il discorso ci porterebbe troppo lontano. Basti comunque dire che il pur nitido e sempre compos sui Parronchi non esita ad arricchire i versi giovanili che puntano al sublime imperioso, e penso ai “tenebrosi allori”, al “limpido topazio”, ai “lecci amari”, “rose notturne”, e ancora “mirti acuti” e così via. Qui non si può non sentire la lezione di Montale, delle Occasioni, e si tratta di una contemporaneità magari a volte parallela, a specchio, due classicismi diversi ma entrambi perentori nel dichiarare la necessità dello “stile alto”.
Cosa dice a noi oggi, ai poeti giovani e meno giovani, Parronchi con la sua lunga vicenda lirica? Temo poco, e questo è senza dubbio un rischio, il rischio di azzerare del tutto la componente ermetico-classicista della nostra storia poetica. Rispetto a un orfismo di bassa lega, che va al quanto di moda, meglio allora questa fiorentina signorilità. O no?
Le Poesie