“Editori in cornice”: misteri e psicologia di una famiglia ne romanzo d’esordio di Maura Rolih
Aise, 03-04-2007, Stefania Del Ferraro
ROMA aise - "Editori in cornice" è il romanzo d’esordio di Maura Rolih, nata a Genova nel 1945, attualmente funzionario in pensione, già autrice di diversi studi e cataloghi. Il volume, edito da Polistampa (pp.124, 9 euro), racconta le vicende di Simone Oceano, erede di una prestigiosa casa editrice, animo inquieto, costantemente in conflitto con se stesso, ma dotato di un fascino e un magnetismo tali che Micaela Pavan, una sua autrice, se ne innamora. Ne nasce un rapporto incerto e segnato dagli scatti d’umore di lui, finché la donna non viene ritrovata cadavere nella propria abitazione. Chiamato a far luce sul caso, il commissario Carnevale si troverà a penetrare nel passato di Simone, ma anche in quello di suo padre e dell’intera famiglia Oceano, costringendoli a rileggere tutta la propria vita e svelando segreti che si volevano sepolti. La narrazione è suddivisa in due parti: nella prima, che copre gli eventi che vanno dal 22 ottobre al 14 dicembre, vegono introdotti la storia e i personaggi principali, tra cui Simone e Micaela. Dalla seconda parte in poi, che arriva fino al mese di marzo, l’intreccio si apre a nuove strade, grazie anche all’inserimento del personaggio del commissario Carnevale, i cui pensieri e le cui azioni creano quel movimento necessario ad introdurre uno studio attento e particolareggiato dei vari personaggi. Il libro è stato definito "un romanzo giallo a sfondo psicologico": non a caso protagonisti assoluti sono e restano sempre i pensieri, i sentimenti e le sensazioni dei personaggi, i quali a ben guardare non compiono mai azioni di rilievo, ma sembrano piuttosto fissi nel loro ambiente, intenti a pensare e a tessere le trame delle vicende, di come sono state e di come avrebbero potuto essere. Una sola grande azione viene compiuta in tutto il romanzo: l’omicidio di Micaela, che poi alla fine si scoprirà in realtà del tutto accidentale. Ecco allora che
i personaggi appaiono chiusi in un mondo e in un contesto stretto, che non sembra offrire vie di fuga: c’è un non so che di claustrofobico che pervade buona parte della lettura, una sorta di anello che porta lo stesso commissario a ripetersi nelle azioni, finalizzate unicamente all’indagine. Ognuno sembra per questo percorrere un tragitto preciso, assegnato sin dall’inizio, dal quale raramente si sceglie di uscire. Un percorso che tra l’altro ben si adatta alla psicologia che caratterizza il personaggio. Su tutti domina Simone, ed è su di lui che l’indagine psicologica si fa più approfondita. Vero e proprio protagonista di tutto il racconto, Simone si caratterizza per la sua riservatezza attraverso la quale riesce a mantenere una distanza anche dal lettore. Un personaggio che vive all’ombra delle emozioni, in virtù di quell’autocontrollo trasmessogli dal padre e che assurge quasi a caratteristica genetica di tutta la famiglia Oceano. "Che succede? Simone, perché?", pensa Micaela, di fronte ad uno dei consueti cambiamenti d’umore dell’uomo: "Cosa ti fa passare così bruscamente dalla cordialità più affettuosa, dal calore che ti senti sulla pelle, a questo gelido buio, dentro il quale non vedi più chi sei e chi siamo, ma solamente percepisci la distanza infinita che improvvisamente ci ha allontanato?". Il senso di claustrofobia emerge evidente dalle sensazioni di Simone, che vive reprimendo costantemente le proprie emozioni: "in lui a forti impulsi seguono spesso frenate brusche, e indecisioni profonde, come accorgendosi che certe cadenze delle vita non gli appartengono, che certi piaceri non sono per lui, e che bisogna ritirare la mano. Si sente come prigioniero in un recinto di robusti paletti, incapace di trovare il cancello per uscire e cercare uno spazio che sia solo suo". Un modo di essere di cui l’uomo è perfettamente consapevole e che lo porta a stare male: "Corre senza
un attimo di sosta, cerca la strada per uscire da un campo di grano, sterminato, dentro cui si trova nel buio della notte. Le spighe lo soffocano da tutti i lati, e quando volge lo sguardo al cielo, il grano sembra chiudersi sopra di lui, per impedirgli la vista del cielo, della luina, di qualche stella, di una luce che lo aiuti ad acquietare il terrore e la sconfinata solitudine da cui è preso". Il romanzo è pieno di immagini che ricordano la trappola: le suore di clausura, il convento, la grata attraverso la quale i personaggi possono parlargli, e attraverso la quale Simone "pensa che gli piacerebbe parlare" perché "gli dà familiarità e sicurezza, consente di mantenere un distacco da cose e persone", che, si chiede l’autrice, non è "quello che lui fa sempre?". Anche l’immagine della rete che "scende lentamente verso il fondo del mare, avvolgendo in silenzio tutto quello che incontra", torna più volte a conferire questo senso di chiusura: "i pesci delle più svariate forme e dimensioni, sembrano indifferenti al loro destino, e nuotano monotoni nello spazio sempre più ristretto, che li avvicina uno all’altro", una rete da cui Simone "sa che non si libererà mai". Una rete tessuta con maestria dal padre di Simone, Ruggero, che coinvolge e attira nella propria ragnatela le persone che lo circondano e che gli vogliono bene, intrappolandole per coprire le azioni di cui non va fiero e che non è bene far conoscere ai più. Restano intrappolati, insieme al protagonista, la moglie di Ruggero, la figlia illegittima, e la stessa Micaela, che ne pagherà le conseguenze in prima persona, sulla propria pelle, vittima involontaria di intrichi e segreti familiari. E, non a caso, sarà proprio con la morte del vecchio Oceano, e con la scoperta di ogni verità, che questa ragnatela sarà finalmente sciolta e i personaggi potranno tornare a respirare. Anche Simone. (stefania del ferraroaise)
Editori in cornice