Ricordo di Piero Bargellini
I ‘Fochi’ della San Giovanni, 01-09-2006, ––
Nella via delle Pinzochere, in pieno centro storico, proprio a mezza strada tra la basilica di Santa Croce e Casa Buonarroti, si trova lo Studio di mio padre, Piero Bargellini. I fiorentini lo sanno. E non per averlo letto in qualche guida. Tanti di loro hanno inviato una lettera a quell’indirizzo. O vi si sono recati personalmente. Innumerevoli testimonianze ci dicono che il legame esistente tra la città – e i cittadini – e l’abitazione di mio padre è forte e complesso. Quando l’acquistò, nel 1946, con il denaro ricavato da un fortunato libro scolastico intitolato Bellariva, probabilmente non ci pensava affatto. Le sue residenze a Firenze erano sempre state a locazione. Il lavoro si svolgeva fuori casa. Era l’attenzione incessante per gli esiti della rivista da lui diretta, Il Frontespizio. O la responsabilità del lungo impegno didattico, in qualità di maestro prima e poi di ispettore. Fuori città aveva vissuto i turbamenti e i pericoli della guerra. E la minaccia più grave, che incombeva su tutte le famiglie numerose, come la nostra: la fame. Dalla quale era stato salvato grazie al provvidenziale intervento di un giovane prete di campagna (sarebbe poi divenuto vescovo di Pisa), Don Benvenuto Matteucci, che aveva rinunciato alla mistica quiete della propria parrocchia per sopportare santamente le incursioni di una dozzina di ospiti, alcuni dei quali particolarmente petulanti ed esigenti – e sto dicendo di me e dei miei fratelli. Là, a Poggio alla Malva, la vita regolata della canonica risvegliava nel babbo il desiderio di un rifugio proprio, una pieve per sé, la sua famiglia, il suo lavoro. Vi avrebbe trovato concentrazione per l’apostolato di divulgazione al quale intendeva dedicare le proprie doti letterarie. E un porto sicuro per la mamma e per noi ragazzi. In quei giorni, Matteucci invitò il suo amico Bargellini a visitare la vecchia chiesina di Santo Stefano alle Busche, parrocchia fino al Settecento, abbandonata nel 1741. Trasformata in stalla e interessata da continue inondazioni, minacciava di rovinare da un momento all’altro. Sopra alla lunga mangiatoia, nascosta dall’intonaco di calce, videro risaltare una successione di semicerchi affiancati. Vi riconobbero subito i nimbi degli apostoli di un’ultima cena. Su un altro muro, scrostando appena la superficie, apparve al loro sguardo commosso il volto di un angelo: un’Annunciazione. Il ciclo di affreschi era trecentesco. Fu staccato e restaurato. Insieme al soprintendente Procacci venne deciso che alcuni fossero visibili in parrocchia da Matteucci; gli altri, da Bargellini. Nel frattempo, la mamma Lelia aveva acquistato un palazzetto, un tempo dei Da Cepparello e dei Da Verrazzano. Era in uno stato deplorevole. Il restauro andò avanti a piccoli passi, man mano che nuovi guadagni lo permettevano, e durò otto anni. Nel 1954 lo Studio era pronto, e pian piano anche le abitazioni. Le due sorelle maggiori vennero ad abitarvi per prime. Anch’io vi dormii abbastanza presto. O dovrei dire che vi vegliai, perché mi ci volle del tempo per abituarmi alle stanze vastissime, alte più di sei metri, i lunghi corridoi, la misteriosa scala a chiocciola che portava giù nelle cantine e su all’altana. Quando ero sola, serravo a chiave le porte di comunicazione e ascoltavo il silenzio. Finalmente il momento tanto atteso era giunto: la famiglia riunita, la casa arredata, la biblioteca disposta con ordine. I grandi affreschi riflettevano spiritualmente gli ideali dello scrittore e del suo universo culturale. Non era la chiesa degli “scrittori cattolici” ma la sagrestia di un cattolico che scrive. Non il luogo dove si ricerca l’ascesi, ma lo scrittorio al quale ci si applica diligentemente. Quasi una promessa, sull’architrave all’ingresso dello Studio si leggeva (e vi si trova tuttora) domus orationis. Se non che, in pochi mesi, mio padre si rese conto di quanto lo spazio predisposto per le proprie esigenze attraesse i concittadini, per bellezza e centralità. Che Bargellini fosse diventato reperibile piaceva a molti fiorentini, desiderosi di un punto di riferimento meno chiassoso dei desueti caffè letterari. Due categorie di visitatori prendevano posto quasi ininterrottamente davanti al suo tavolo: i poveri bisognosi e gli uomini di cultura. Argia e Primo, la coppia che faceva pulizie in casa, avevano
il compito di far passare gli uni e gli altri, in qualsiasi momento della giornata tranne che all’ora dell’inviolabile pisolino pomeridiano. Nello Studio s’incontravano, dunque, i carcerati usciti dalle Murate, che non avevano alcun mezzo per raggiungere le loro famiglie o non sapevano dove trovare lavoro. Con loro c’erano i pittori, a discutere un progetto o a tagliare i panni addosso a qualche collega. Insieme agli amici con i quali più spesso collaborava – Borgiotti, Rosai, Checchi, Bernardini, Soffici, Manfredo Borsi, Pietro Parigi – vedevo arrivare artisti per i quali mio padre nutriva grande ammirazione, come Primo Conti, Luigi Bartolini, Morandi, Colacicchi. Anche Fritz Hundertwasser era nostro ospite. Il suo dichiarato intento era di starsene in pace. Si considerava ormai di famiglia, avendo collocato per un anno intero il suo studio nella nostra serra. E mi faceva la corte, con discrezione. Venivano anche i poveri d’ogni quartiere, magari mandati dal parroco: avevano una caparra da pagare, o l’affitto, o le cure. Mio padre, obbedendo al precetto biblico, non negava mai aiuto a chi domandava. Poco più in là, in salotto, i letterati erano in piena discussione: Falqui, Pratolini, Cicognani, Bacchelli, Macrì, De Robertis; più raramente Spadolini (che era sempre al lavoro), Prezzolini (perché temeva di disturbare), Quasimodo (che una volta, uscendo, chiese “ci siamo dimenticati di sparlare di qualcuno?”). Giungevano nuovi amici: Tobino, Alfonso Gatto. Si facevano avanti donne d’ogni età, intimorite e al tempo stesso determinate, segnate dalla sofferenza. Trovavano il coraggio di chiedere per il convivente, per un bambino senza padre, per liberarsi di una fonte vergognosa di guadagno. Dopo l’imbarazzo iniziale sentivano che non c’era tempo per considerare pudicizia o buone maniere. Dolore ed ignoranza erano sufficienti per esprimersi meglio di qualsiasi professore. Simili a loro, ricordo gli scultori: le parole magre ed incisive di Manzù, la commozione intensa di Berti, la franchezza di Messina. All’opposto, mai ho visto tanta vivacità, polemica, agitazione come quando il babbo parlava con degli architetti. Era una passione profonda, quella per l’architettura. A chi gli chiedeva il titolo del suo libro che più amava, rispondeva: “Si amano i figlioli più sfortunati, e il mio è stato Volti di Pietra”, che è una storia dell’architettura. Voleva che lo informassero dei loro nuovi progetti, che gli portassero fotografie e disegni: Michelucci, Ricci, Savioli, Detti, Gamberini, Giovanni Klaus Koenig. E il mio architetto preferito, Roberto Nardi - mio marito. Maggiore discrezione era richiesta quando gli ospiti erano del mondo dello spettacolo, che il babbo considerava forse gente suscettibile. Ricordo Zeffirelli, Rossellini, Volonté, Francesco Rosi. Questi ultimi desideravano girare alcune scene nello studio. Fu la mamma ad opporsi, spaventata dal trambusto che ne poteva derivare. Mio padre adorava il cinema, tanto che da un suo testo Zavattini ha tratto “La porta del cielo” per De Sica. Non ricordo purtroppo Jean Gabin che, mi fu detto, era stato introdotto da Spadaro. Incontrai invece René Clair. In verità, tra i francesi il babbo adorava Rénoir. Era però affascinato dal mondo poetico di Clair. Iris Origo, che lo sapeva, volle fargli una sorpresa. Avrebbero potuto parlare per delle ore: la conoscenza letteraria di Clair era immensa, mentre il babbo conosceva tutto il cinema francese. Altri nomi sono indelebilmente fissati nella memoria dello Studio di mio padre. I ricordi più cari sono legati ai compagni affezionati di tutta la vita: Arciniegas, Betocchi, Bo, Cardeira, Lisi, Luzi, Moschi, Parronchi, Vallecchi, Wis… E poi Marino Moretti, che veniva a pranzo regolarmente con la sorella ed era incantato dalla segretezza accogliente della nostra casa. E quello che più ho amato, Ungaretti. Gli ho voluto bene come ad un nonno. Quand’ero bambina diceva di me: “È piccola, ma saggia”, il più bel complimento, forse, che mi sia mai stato fatto. Prima o poi, per nostra fortuna, veniva il momento in cui avrebbe recitato le sue poesie. Arrotando le parole, stringendo le palpebre, scolpiva le parole per suscitare ardue emozioni. Si volgeva verso le immagini di Cristo che gli si ergevano innanzi dalle pareti: “Ora che l’innocenza
/ Reclama almeno un’eco, / E geme anche nel cuore più indurito”, declamava all’immagine del Redentore davanti a Pilato. Stringeva in una mano gli occhiali, sempre più stretti, coinvolgendoli nel suo impeto. “Santo, Santo che soffri, / Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli” e quelli si frantumarono con un lieve tintinnio. Nessuno di noi l’ha mai dimenticato. In quegli anni, nello Studio nacque il Comitato per l’Estetica Cittadina. Vi si tennero i primi incontri degli Amici dei Musei – e proprio in questo Studio, Raffaello Torricelli venne eletto Presidente dell’associazione. Qui si organizzò con Procacci la Mostra degli Affreschi Staccati del 1957. E qui fu ideata con Luigi Bellini la Mostra Internazionale dell’Antiquariato nel 1959. In tale occasione, a Gualtiero Volterra sarebbe piaciuto di esporre i nostri affreschi nel cortile di Palazzo Strozzi. Ma mio padre non fu d’accordo: tutto l’arredo delle sue stanze era stato cercato, comprato e restaurato con lo scopo di esporre quei capolavori. Era felice di mostrarli a chi desiderava vederli, in qualsiasi momento. E per evitare equivoci, poco prima di morire volle lasciare per scritto la sua volontà con la speranza che nessuno la tradisse in seguito: “Gli affreschi restano al loro posto”. Ho avuto molta fortuna a vivere intensamente quel periodo. Se i fratelli più grandi conducevano ormai una vita indipendente, i due più giovani erano bambini e nello Studio ci venivano di rado. Io avevo vent’anni: l’età giusta per presentarmi con i genitori e per fare gli onori di casa. La vita sociale si svolgeva parallela al nuovo impegno di Assessore: ai giardini, all’istruzione, alla cultura, alle belle arti. Una singolare carriera politica per un personaggio decisamente apolitico, che doveva culminare inaspettatamente nell’elezione a sindaco nel 1966. Il diluvio portò a compimento la trasformazione dello Studio in luogo pubblico: strappò dai cardini il portone. Il babbo interpretò il segno e fece in modo che la sua casa fosse un rifugio per tutti, centro di soccorso con libero accesso giorno e notte. Inoltre, volle che la sua abitazione non venisse ripulita finché ci fosse in città un’altra casa ingombra di fango. Vi invitava politici e giornalisti che altrimenti si sarebbero recati solo nelle zone meno colpite, per non sporcarsi le scarpe. Invece, per raggiungere il Sindaco, si videro avanzare con fatica nel fango Moro e Saragat, Ted Kennedy e Montanelli, il ministro Taviani e il prefetto De Bernardt. Ma non voglio dilungarmi su un periodo che sarà spesso rievocato in occasione dei quarant’anni dell’Alluvione. Proprio l’anniversario ha posto lo Studio del babbo e la sua abitazione al centro di una rinnovata attenzione. Sono stati recentemente accolti nell’Associazione “Case della Memoria”, trasformandosi in un piccolo museo aperto regolarmente al pubblico. Gli affreschi sono interessati da un procedimento di notifica proposto dalla Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico. Inoltre, in collaborazione col comune, vi si svolgerà, dal 5 novembre al 9 gennaio, una mostra documentaria dal titolo “L’Alluvione e il suo Sindaco. Un viaggio tra testimonianze e ricordi nella casa di Piero Bargellini”, curata da mio figlio Gregorio con materiale in gran parte inedito, interamente proveniente dall’archivio pazientemente riordinato e conservato nello Studio. Sono omaggi resi possibili dallo stato di conservazione di questi storici ambienti, rimasti perfettamente immutati a ventisei anni dalla morte di mio padre. Chi vi si reca oggi può ritrovare al suo posto gli oggetti personali di lavoro, la fratina dove sono state scritte decine di libri e migliaia di lettere, le cassapanche colme di volumi, gli armadi riempiti di manoscritti, carteggi, fotografie. E la magnifica biblioteca: qualche migliaio di libri di e su Bargellini, da lui annotati o a lui dedicati dalle principali personalità della letteratura e dell’arte. È un lascito prezioso per i fiorentini. I maestosi affreschi sono rimasti a proteggerlo, a far sì che ignoranza e cupidigia non debbano mai spezzare il fragile filo della memoria. Ho speranza che ciò non avvenga. Sovente, dalla strada si sente la voce di chi passa, e che alzando gli occhi dichiara un’altra volta: “Questa è la casa del sindaco”.
L’alluvione di Piero Bargellini