Viaggio in poesia attraverso il mito
Corriere della Sera, 08-11-2006, Franco Cordelli
Blu di Seneca di Fernando Acitelli, itinerario fra il calcio e l’antichità
Un’esplorazione di Roma nei più suggestivi luoghi storici: camminando alla ricerca anche del padreI buoni poeti sono dei grandi camminatori. Camminano, osservano, meditano e, soprattutto, trovano il ritmo. Al suo settimo libro di poesie, Fernado Acitelli potrebbe, credo, enumerare i chilometri da lui percorsi, naturalmente a piedi, traversando Roma, da sud a nord, ma anche da ovest a est e viceversa, in obliquo o per diritto, salendo e scendendo le scale, calandosi nelle innumerevoli sue suburre, o innalzandosi sulle cupole e sui campanili. Non sto scherzando, nè usando metafore. Cos’è «Blu di Seneca» se non un’esplorazione di Roma quale neppure un archeologo, un antichista, il più accanito, sarebbe in grado di compiere?
Il più accanito antichista di Roma è proprio lui, Fernando Acitelli, per Roma egli si strugge; per la Roma antica, quella del trapasso dalla città imperiale alla città cristiana, addirittura compie il salto in lungo, o in alto, verso la poesia superiore, quella poesia che amiamo non solo per come è fatta ma per quel pizzico di mito che
crea e tramanda. Non intendo, beninteso, il mito di Roma, ma proprio il mito personale di Acitelli, fondato su due metafore ossessive esplicite, elaborate, offerte in molteplici variazioni; e una metafora implicita, sotterranea, cruciale. Le due esplicite sono il mondo del calcio (i campetti, le partite d’una volta) e, appunto, la Roma del trapasso, di cui restano le rovine che egli contempla, osserva, rovescia e innalza. Il mito implicito, ovvero promunciato a bassa voce, con pudore, in sordina, è il padre che non c’è più.
Queste tre metafore ossessive formano il mito personale, la qualità di tempo, ormai riconoscibile come tutta sua, di Acitelli, e che lo rende unico nel panorama dei poeti contemporanei. Nella prefazione, Alessandro Fo (a sua volta antichista e poeta di rango) parla della tenerezza di Acitelli, descivendola come «assediata dall’indifferenza e dall’assenza di rispetto». Non che in «Blu di Seneca» questo conflittuale sentimento sia assente. Ma è dominante la precisione con cui Acitelli scolpisce e di nuovo erige il monumento che è già da sè restato in piedi. Se la domanda è: quanti lo vedono questo
monumento, questa non è la domanda che assilla il camminatore solitario, colui che cammina tra le rovine come un pellegrino del XVII o del XVIII ecolo. Il problema di Acitelli, mi si perdoni il gioco di parole, non è un problema. Egli è un poeta celebrativo, elegiaco, da «grande stile». Acitelli scrive per lo più in endecasillabi.Scrive per evocare fantasmi; o per rendere trasparente, cioè intellegibile, visibile, ciò che appare massiccio, che resiste, che con il tempo sembra aver acquisito una specie di opacità, come se si sottraesse allo sguardo. E insomma: nelle 72 poesie di «Blu di Seneca», la Fonte di Mercurio, l’Ara Pacis, l’Arco di Travertino, San Paolo alla Regola, la villa di Nerone, le Mura Aureliane non sono qualcosa al posto di qualcos’altro, sono ciò che sono. Per usare un titolo di Acitelli, in quanto illuminate da «faretti orientati sulle rovine», ossia illuminate da quel faretto che è il passo di marcia del loro poeta nuovo, o nuovo-antico, esse sono un sogno. In quanto scaturite dalle ossessioni, non già di un filosofo ma di un uomo che viaggia trasognato, esse, le rovine, ormai sono delle visioni.
Blu di Seneca