Santa Maria Nuova ospedale dei Fiorentini
Archivio Storico Italiano, 01-01-2015, Giovanni Cipriani
Importante contributo questo di Esther Diana che si collega al lavoro di restauro e ristrutturazione dell’Arcispedale di Santa Maria Nuova perseguito dal Direttore dell’antico nosocomio, Marco Geddes da Filicaia e portato a compimento in maniera superba. Le meticolose ricerche archivistiche dell’A. – architetto di solida cultura, umanistica e scientifica al tempo stesso, da molti anni studiosa delle antiche realtà ospedaliere toscane – hanno permesso di rintracciare tutte le piante esistenti del nosocomio fondato da Monna Tessa e degli edifici ad esso annessi, in modo da seguirne, con il trascorrere del tempo, le modifiche architettoniche e le ristrutturazioni funzionali. Le corsie, quasi per imitare la sofferenza di Cristo, furono realizzate sulla base della forma dello strumento del suo martirio e due lunghe croci si trovavano all’interno dell’ampia struttura, toccandosi in un punto, per consentire il transito: una croce per gli uomini e una croce per le donne. Cosimo II dei Medici, all’inizio del Seicento, fece erigere da Giulio Parigi l’elegante porticato esterno, per accogliere malati e familiari in caso di maltempo e il grande stemma dinastico, posto al centro della facciata, mostra quanto i Granduchi di Toscana ritenessero Santa Maria Nuova immagine del loro potere e della loro munificenza. Le maggiori modifiche si ebbero nel corso dell’illuminato governo di Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena che affidò a un solerte funzionario, Marco Covoni Girolami, l’impegno di stendere il nuovo Regolamento dell’ospedale che fu pubblicato, con interessanti incisioni, nel 1789 dallo stampatore di corte Cambiagi. Per la prima volta vennero definiti il vestiario e il vitto dei malati, si ordinò
la registrazione delle terapie e si prestò la massima attenzione alle varie patologie. La razionalità faceva il suo ingresso nelle corsie ed anche le strutture architettoniche cominciarono ad essere progettate con nuovi criteri di estrema funzionalità. Gli ambienti destinati ai servizi essenziali dovevano rispondere a precise esigenze pratiche e, non a caso, la cucina dell’ospedale emerse presto come modello di riferimento, tanto da essere raffigurata in una delle incisioni di corredo. L’Ottocento, con i grandi progressi che si stavano attuando in campo medico e farmacologico, vide nuove ristrutturazioni. Si era ormai affermata la vaccinazione contro il vaiolo, grazie ai coraggiosi esperimenti di Edward Jenner, e Maurizio Bufalini con i suoi Fondamenti di Patologia Analitica aveva posto le basi per una visione più razionale di ogni malattia. La scienza aveva gradualmente vinto le antiche concezioni umorali, spazzato via l’influsso degli astri al pari delle irrazionali superstizioni; lo studio del funzionamento degli organi del corpo umano, in salute e in malattia, era divenuto dominante. Santa Maria Nuova divenne il centro di perfezionamento per medici e chirurghi, dopo la laurea conseguita a Pisa o a Siena, ed anche le sue strutture architettoniche, con le sale anatomiche e operatorie, la spezieria, le corsie e gli ambienti di servizio dovevano essere pienamente rispondenti alle nuove esigenze. Nel 1847 la diffusione dell’anestesia con etere solforico, grazie a Carlo Ghinozzi, brillante collaboratore di Bufalini, determinò una nuova rivoluzione. E così la progressiva affermazione dell’antisepsi introdotta da Ignaz Semmelweiss. La sterilizzazione dei ferri chirurgici, la disinfezione dei letti e degli ambienti
vide la consistente diminuzione della mortalità. L’Ottocento si chiudeva con progressi straordinari e il Novecento si aprì con le migliori premesse. La lotta si concentrò su di una vera e propria piaga sociale: la tubercolosi, la ‘peste bianca’. Inoltre il primo conflitto mondiale rese medici e ospedali protagonisti del massimo impegno in campo chirurgico. Un’unica terapia era efficace nei confronti della cancrena: l’amputazione. Non esistevano antibiotici e anche ferite non gravissime determinavano spesso la perdita di un arto. La situazione di emergenza fu, però, fonte di progressi scientifici, soprattutto in campo ortopedico e nel triste settore degli arti artificiali. Santa Maria Nuova conobbe allora nuovi interventi strutturali, ben documentati dall’A. L’ospedale iniziava ad essere non più funzionale per una città in espansione come Firenze. Molti malati non solo provenivano dal centro abitato ma anche dalla campagna circostante, o da altre cittadine. Nacque l’idea della creazione di un Policlinico, dipendente da Santa Maria Nuova, in un’area periferica ma vicina alla città: Careggi. La grande opera, con un immane impegno finanziario, venne compiuta negli anni trenta del Novecento. In una vasta superficie con piante secolari, dove sorgeva una delle più celebri ville medicee, furono costruiti edifici indipendenti, con specifiche finalità terapeutiche, in connessione con le varie patologie. Prese così forma una vera città della salute che l’A. fa rivivere attraverso pagine di acuta introspezione. Scienza, architettura e tecnologia dovevano cooperare insieme per un risultato d’eccellenza e l’obiettivo fu pienamente raggiunto.
Santa Maria Nuova ospedale dei fiorentini
Architettura ed assistenza nella Firenze tra Settecento e Novecento