“Calabresi vil razza dannata”
La Calabria di fine Ottocento in un pamphlet giornalistico
Calabri@mente, 21-02-2005, ––
Nel maggio 2003, per le Edizioni Polistampa di Firenze, attivissima Casa Editrice, vede la luce “Il romanzo di Misdea”, libro che vale la pena di leggere per il fatto che, anche se pamphlet giornalistico, o romanzo d’appendice, genere che quasi tutti i quotidiani di fine Ottocento e inizio Novecento pubblicavano a puntate “e che appassionavano l’opinione pubblica e i lettori”, come osserva Domenico Nunnari ne la “Gazzetta del Sud” di lunedì 4 agosto 2003, p.3, contiene valide fonti di conoscenza delle “diversità” affibbiateci, non per provocare rancori e risentimenti, né per alimentare tentazioni separatistiche, ma solo per cercare di capire quanto alcune teorie “scientifiche”, oggi ritenute semplicistiche, pur avendo lasciato grandi tracce nella complessa materia criminologa e nei metodi di trattamento per i vari “delinquenti”, associate agli scritti dei numerosi letterati e giornalisti, che di quelle teorie si nutrirono e si fecero portavoce, abbiano influito, dal 1860 in poi, a presentare un Sud, la Calabria in particolare, come terra solo di negatività, dove la gente porta già impressa persino nei suoi lineamenti somatici la sua “diversità”.

“Il romanzo di Misdea” di Edoardo Scarfoglio (1860-1917), a cura di Manola Fausti di Arezzo, docente di Lettere nella Scuola secondaria, critico letterario e studiosa di “Scarfoglio novelliere”, con copertina tratta dal volume di Cesare Lombroso “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza e alle discipline carcerarie” (Hoepli, Milano 1876, vol.I, p. 496), raffigurante “un condannato, G., epilettico, già grassatore, che incide in tal modo sopra un vaso il proposito di suicidarsi:”iio sono/ un/ disgaziato/ il mio destino/ è di morir/ in prigione/ strangolato”, è stato pubblicato nella Collana “Biblioteca di Medicina e Storia” con il contributo della Regione Toscana e del Centro di Documentazione per la Storia della Medicina e della Sanità fiorentina.

In quest’opera di Edoardo Scarfoglio, pubblicata in origine in 38 puntate e un epilogo, dall’11 luglio al 18 ottobre 1884, sul quotidiano “La Riforma” diretto da Primo Levi, giornale politico liberale, nato a Firenze nel 1867 “come manifesto della Sinistra parlamentare e trasferito a Roma nel 1871, sostenuto, anche finanziariamente, da Francesco Crispi” (p.7), protagonista è la Calabria della miseria, del vizio, dei diseredati senza speranza.

Nato a Paganica (L’Aquila) nel 1860 da padre calabrese, Edoardo Scarfoglio frequenta, nel 1878, il Regio Liceo-Ginnasio Torquato Tasso di Salerno, dove il padre, Michele, è giudice presso quel Tribunale (morirà a Napoli nel 1907 col grado di Consigliere di Corte di Appello) e dove inizia la sua attività di giornalista, con spunti polemici e prose varie, e di poeta su “La Frusta” diretta da Peppino Grassi, considerato suo “maestro” ( Si veda: Tommaso De Vivo, “ Il ‘maestro’ di Scarfoglio” ne “Il Giornale”,16 ottobre 1952, p.3). Su “La Frusta” infatti pubblica le sue primizie poetiche dei “Papaveri”, poesie che, raccolte in volume e pubblicate con lo stesso titolo nel 1880 dall’editore Rocco Carabba di Lanciano ( Su Rocco Carabba editore, si veda: “Rocco Carabba, una vita per l’editoria” di Lia Giancristofaro, Carabba, Lanciano 2004, pubblicato con il patrocinio ed il contributo finanziario del Comune di Lanciano), furono accolte
con favore anche da Giosuè Carducci.

Giornalista e brillante critico letterario, sposa, nel 1885, Matilde Serao, assieme alla quale fonda e dirige prima il “Corriere di Roma” e poi, nel 1892, il “Mattino” di Napoli, e da cui si separa legalmente nel 1902, benché padre di quattro figli. Polemista irruente e di linguaggio violento (scadente però mai in “volgarità plebea”), Edoardo Scarfoglio prende di mira i vertici della politica del tempo (Crispi, Giolitti, Di Rudinì) contrari, secondo lui, convinto colonialista fino alla caduta di Adua(Etiopia) avvenuta il 1° marzo 1896(con la quale si conclude la guerra italo- etiopica del 1895-96 in seguito alla sconfitta delle truppe italiane del gen. Baratieri, sorprese in movimento di avanzata e attaccate separatamente e da più parti), ad avviare una decisa politica imperialistica in Africa, dove poter convogliare le correnti migratorie italiane dirette fin allora oltre- oceano. ( Sull’attività giornalistica di Edoardo Scarfoglio si veda: Luigi Lodi(Il Saraceno) “Giornalisti”, Bari, Laterza, 1930, pp. 73-81). Per poter esprimere sul contenuto del libro un giudizio oggettivo, si rende necessario aprire una parentesi chiarificatrice delle reali cause che sono alla radice di quella teoria definita da alcuni storici, sia laici che cattolici, come la teoria della “razza maledetta”, e che Antonio Gramsci (Ales (Cagliari) 1891- Roma 1937), nei “Quaderni del carcere” ha messo nel dovuto risalto tutta la pericolosità di una ideologia classista che porta lo scienziato a separare la parte “sana” della società da quella “insana”, pazza e delittuosa”. E mentre ciò poteva andare bene ad una élite sociale, succedeva che, invece di studiare le origini di un avvenimento collettivo, e le ragioni del suo diffondersi, del suo essere collettivo, si isolava il protagonista e ci si limitava a farne la biografia patologica” (p.10). “Per una élite sociale, gli elementi dei gruppi subalterni hanno sempre alcunché di barbarico e di patologico”( p.10).

Padre di detta teoria è Cesare Lombroso, psichiatra e antropologo, che nel libro di Edoardo Scarfoglio avrà un ruolo di primo piano, in quanto “perito di parte al processo contro Misdea”. Nato a Verona nel 1835, Cesare Lombroso, conseguita la laurea in medicina nel 1858, presso l’Università di Pavia, prende parte alla seconda guerra d’indipendenza contro l’Austria (1859), come ufficiale medico, e poi, nel 1866, anche alla seconda guerra d’indipendenza. Sceso nel Meridione e in Calabria negli anni immediatamente successivi alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi e all’annessione del Sud alla Casa Savoia, pubblica il libro “In Calabria ( 1862-1897)” (Catania, Giannotta, 1898), con aggiunte di G. Pelaggi.

Nel 1880 Lombroso fonda a Torino (dove morirà il 19 ottobre 1909, all’età di 74 anni), insieme con il celebre penalista Enrico Ferri (San Benedetto Po, 1836- Roma, 1929), direttore del quotidiano socialista “Avanti!” dal 1900 al 1905, fondatore della sociologia criminale (“partendo da premesse naturalistiche, sostiene che ogni azione dell’uomo è determinata da una serie di cause fisiche e sociali, per cui l’azione delittuosa deve essere considerata non come un semplice prodotto individuale, ma come conseguenza di tutta una situazione sociale”) e il giurista napoletano Raffaele Garofalo (1851-1934), uno dei “principali esponenti della
scuola positiva di diritto penale e assertore dell’esigenza di una criminologia scientificamente fondata”, l’Archivio di Psichiatria e Antropologia Criminale. Singolare rappresentante del positivismo materialistico, Lombroso sostiene che “i criminali non delinquono per un atto cosciente e libero di volontà malvagia, ma perché hanno tendenze malvage, tendenze che ripetono la loro origine da una organizzazione fisica e psichica diversa da quella normale”. “Il diritto della società di punire il criminale trova, quindi, la sua base sulla pericolosità sociale del delinquente e non sulla sua colpa, o sulla sua responsabilità. Il delinquente è in fondo un malato, una “vittima” di se stesso e dell’ambiente originario e abituale: un essere tarato, che rivela nella morfologia esterna i segni della propria degenerazione. Sicché il delitto si rivela un fenomeno naturale, necessario, come la nascita, la morte, i concepimenti. Secondo Lombroso vi sono vari tipi di delinquenti: “il delinquente nato, con istinti non modificabili; il delinquente occasionale, il delinquente per pazzia, il delinquente per passione. Molto discusso è pure il parallelismo istituito da Lombroso fra uomo delinquente e donna prostituta. Un’altra famosa tesi, quella della correlazione fra genio e follia, già adombrata da Lombroso nell’opera “Sulla pazzia di Cardano” (Milano, 1855), e svolta poi teoricamente nei libri “Genio e follia” (Milano, 1864) e “Genio e degenerazione: nuovi studi e nuove battaglie”(Palermo, 1898), suscitò a suo tempo infinite discussioni, critiche e polemiche. Il genio può presentare forme varie di pazzia e di pervertimento. Le idee del Lombroso godettero di un periodo quasi egemonico nel campo degli studi italiani di antropologia criminale, se ancora nel 1901 vede la luce un libro marcatamente razzista: “Italiani del Nord e Italiani del Sud”. In esso l’autore, Alfredo Niceforo (Castiglione di Sicilia 1876- Roma 1960), statista, sociologo e antropologo di tendenze positivistiche, richiamandosi all’antropologia criminale di Lombroso, non solo tentò di dimostrare in una famosa polemica sulla questione meridionale l’inferiorità della razza meridionale, ma si rese uno dei principali divulgatori di detta teoria razziale della inferiorità del Mezzogiorno che si affermò in Italia tra la fine dell’ Ottocento e gli inizi del Novecento. La teoria della “razza maledetta” fu denunciata da numerosi meridionalisti. Nicola Colajanni (Enna 1847 – 1921), uomo politico (dopo aver partecipato con Garibaldi alla spedizione d’Aspromonte(1862) e alla Campagna del Trentino(1866), divenuto deputato repubblicano dal 1871, dopo il ritorno dall’America Meridionale dove era emigrato, denunciò lo scandalo della Banca Romana), nel saggio “La sociologia criminale” (1889) si schierò contro la teoria della “razza maledetta” vista come un “romanzo antropologico” che nasceva come comoda scorciatoia per spiegare differenze e separazioni tra Nord e Sud. “ Ma nonostante l’opposizione di numerosi studiosi, questa teoria razziale si affermò come linguaggio funzionale all’ideologia dei ceti dominanti e finì col generare un sentire comune e diffuso, all’origine di stereotipi ancor oggi operanti, sostenute peraltro da alcune forze politiche (vedi Lega Nord & Soci), come ci mostra la cronaca quotidiana” ( da: “La linea d’ombra” di A. Franceschi, Roma 2005, Cat n. 4, p. 55).
Il romanzo di Misdea