Gratta, ci regalò i primi sorrisi del dopoguerra
Metropoli, 21-04-2006, Sergio Di Battista
“È arrivato Gratta”. L’annuncio, per noi ragazzi del dopoguerra, scatenava fanciulleschi entusiasmi. Gratta era l’evento dell’anno, uno dei grandi momenti di allegria, divertimento, un diversivo dalla monotonia della vita quotidiana. Era un appuntamento ciclico, che si ripeteva come il cambiamento delle stagioni. Era un’epifania, un Natale domestico, di avventure semplici, non importava che quel piccolo circo nel corso dell’anno stazionasse in piazze a portata di tram: contava quando arrivava davanti a casa, lo vedevi dalle finestre, andavi a visitarlo, era diventato di famiglia, era una cosa tua
e dei tuoi amici, quelli con i quali organizzavi partite di calcio in mezzo alla strada, scambiavi le figurine, giocavi con le biglie o i tappini delle bibite. Gratta era molto più di uno spettacolo circense, era un pezzo di vita, la vita di quegli anni…
Quel piccolo mondo che sembrava povero ma in realtà era ricchissimo attirava le simpatie degli adulti e offriva ai ragazzi contentezza e qualche batticuore, paure e sogni. Tutto cominciava con una premessa da brividi: in una buca rettangolare come una tomba veniva sepolto un tizio in catalessi che sarebbe tornato alla luce, apparentemente intontito
ma vivo e vegeto, alla fine dello spettacolo. Poi entrava scena Gratta nei panni del più classico clown. Le scarpe spropositate, il cappelluccio che non stava mai al suo posto, la faccia che era una maschera di trucco. E il suo repertorio scatenava l’ilarità…
Poi Gratta trovò i soldi per farsi anche un tendone e il suo circo diventò il circo Caroli (molti scoprirono solo allora che quel signore che si truccava le guance e il naso si chiamava Evaristo Caroli). Un bel circo dove si faceva spettacolo anche quando pioveva, ma con le assi sconnesse della platea se n’era andata anche la poesia.
Quando c’era il Gratta