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Si dice e si scrive che il Rinascimento del vino italiano sia iniziato con lo scandalo del metanolo. Le leggende, come si sa, fanno spesso più successo della realtà, se non altro perchè sono

Si dice e si scrive che il Rinascimento del vino italiano sia iniziato con lo scandalo del metanolo. Le leggende, come si sa, fanno spesso più successo della realtà, se non altro perchè sono meno complesse e poi sono più consonanti.
È un po’ ridicolo, ma nel nostro paese si celebra di tutto, che allo scandalo del metanolo, che fu una frode e anche una tragedia dove non mancarono vittime, si dedichino convegni e iniziative per ricordare quel triste evento. Tuttavia, è ancor più superficiale che si scriva e si affermi con tanta sicurezza che, proprio da quella tragedia di vent’anni fa, era, infatti, il 1986, sia cominciato addirittura il Rinacimento del vino italiano. Insomma, lo scandalo del metanolo sarebbe stato l’inizio di una resurrezione, che avrebbe portato il vino «ad essere una locomotiva del made in Italy», che oggi vale un giro di affari di nove miliardi di euro.
Per me, che a questo tema ho dedicato un libro ( I pionieri del Risorgimento vitivinicolo italiano, Firenze, Polistampa, 2006), le cose sono un po’ più complicate e molto, ma molto più interessanti e se si vuole istruttive. In primo luogo il Risorgimento del vino italiano partì fin dal momento dell’Unità d’Italia, quando si scoprì che un paese dotato di terre e climi adatti per il vino non riusciva a esportare che un decimo della Francia e più ancora non riusciva a produrre vini secchi di qualità in grado di sostenere i trasporti e adatti al gusto del mercato internazionale. Bisognava guardare ai francesi, rinunciare al vino del contadino che puntava alla qualità; scegliere i vitigni più adatti al territorio anche se questi erano francesi; adottare le tecniche di cantina più moderne e passare dalle botti e dai fiaschi, alle bottiglie per arrivare nei mercati esteri; ma, prima ancora, bisiognava puntare alla viticoltura specializzata e alla commercializzazione. Ebbene, i pionieri di questo movimento furono i seguaci del barone Bettino Ricasoli, che nella sua tenuta diede vita alla sperimentazione di quello che divenne il più classico dei vini italiani da esportazione: il Chianti.
Da allora, con alti e bassi, il cammino per la produzione di vini di qualità andò avanti, nonostante che nelle campagne mezzadrili e nelle colline meglio votate al vino, si preferisse la coltura promisua, dove la vite doveva convivere con i cereali e con il e di più, senza troppo badare alla qualità. Del resto, il vino era allora un nutrimento più che un piacere.
Bisognerà aspettare la fine della mezzadria, l’abbandono delle campagne e il crollo dei consumi prima di avere le condizioni di base, strutturali e di mercato, per registrare il secondo Risorgimento del vino italiano che iniziò ben prima del 1986. Fin dagli anni ’60 un enologo geniale, come Giacomo Tachis, che cominciò a lavorare per produrre vini come il Sassicaia o il Tignanello, che segnarono veramente il successo del vino italiano nel mondo.
Data recensione: 04/03/2006
Testata Giornalistica: Italia oggi
Autore: Zeffiro Ciuffoletti