Sartre, la «ragion terroristica» di un cattivo maestro
Il Corriere della Sera, 03-03-2006, Dario Fertilio
IL CASO In un saggio di Sergio Givone nuove accuse al filosofo francese

Altro che cattivo maestro. Di Jean-Paul Sartre si dovrà dire, dopo aver letto la sua Critica della ragion dialettica, una cosa ben più severa e terribile: fu un «ideologo del terrorismo». La definizione, non metaforica né polemica bensì lucida e amara, la si ritrova sull’ultimo numero della rivista fiorentina il Portolano (edita da Polistampa) ed è firmata da un filosofo che non può essere accusato di faziosità preconcetta, Sergio Givone.
Professore di Estetica a Firenze, già collaboratore di Massimo Cacciari e Carlo Sini, studioso di Giacomo Leopardi, Givone si è imbattuto per caso nel sulfureo Sartre inneggiante alla violenza. Stava leggendo Armi e bagagli di Enrico Fenzi, un saggio di alta tensione dal momento che il suo autore, oltre che per gli studi petrarcheschi, è noto per aver partecipato in prima persona agli anni bui delle Brigate rosse. Fenzi affronta in Armi e bagagli un tema che potremmo definire alla Dostoevskij: cioè la genesi dei demoni terroristici e in particolare il processo di autodistruzione che si innesca all’interno dei gruppi armati, allorché il terrore non viene più applicato al di fuori, contro il cosiddetto «nemico di classe», ma rivolto all’interno,
contro i compagni.
Fenzi ripercorre la Ragion dialettica di Sartre per trovarvi una risposta ai suoi angosciosi interrogativi; a sua volta, leggendo Fenzi, Givone scopre in Sartre l’esistenza di frasi espresse in una raffinata terminologia filosofica, ma giustificatrici della violenza.
È la figura del «traditore» il cuore delle riflessioni di Sartre: un personaggio emblematico, presente nelle narrazioni di ogni tempo, almeno da Giuda in poi, insignito di definizioni molto varie: «pentito», «dissociato», «infame». Quel che lo rende caratteristico, ed estremamente pericoloso agli occhi del filosofo, è il suo condividere gli ideali del gruppo cui ha scelto di appartenere e al tempo stesso la sua decisione di infrangerli. Dal momento che la vera libertà secondo Sartre si conquista uscendo dalla propria individualità e aderendo al gruppo, cioè «vivendo in modo totalmente diverso da come si vive nella società borghese», il tradimento per lui nega la stessa libertà dei compagni e la sua punizione con la morte va considerata «un atto di fraternità risvegliato e accentuato fra i linciatori». Dunque nel sacrificio del «traditore», anzi nel suo «linciaggio», secondo Sartre si ripropone il patto di sangue fra compagni: «Una dialettica della violenza
- commenta Givone - come principio di liberazione e addirittura di redenzione». Il terrore, insomma, si trasforma in «legame pratico d’amore tra i linciatori»: è da qui che bisogna partire per scoprire il Sartre più cupo, una specie di «ideologo», padre spirituale del terrorismo.
Alla luce del giudizio coraggioso di Sergio Givone, le recenti polemiche su Sartre come «cattivo maestro» appaiono improvvisamente riduttive. E viene da pensare che Dostoevskij avrebbe trovato splendida materia d’ispirazione, per i suoi Demoni, nella Ragion dialettica sartriana.


LA REPLICA Ma difese libertà e contestazione
di Renzo Paris

Sartre difensore del terrorismo?
Amante del metodo del linciaggio? È l’ottica del vecchio terrorismo degli anni 70 ora applicata alla lettura di un testo come «Critica della ragione dialettica» scritto nel 1960, lo stesso anno di «I sequestrati di Altona» e a quattro anni da «Le parole». Non ci siamo proprio.
Sartre descriveva l’inferno e la violenza ma per uscirne nel senso della libertà. Amava la rivolta dei popoli oppressi, da quello algerino a quello studentesco della contestazione, era innamorato di Genet che difese il terrorismo, ma quello palestinese, non quello delle bande internazionali.
Il Portolano, n. 43/44, anno XI - luglio-dicembre 2005
Periodico trimestrale di letteratura