Galileo e le prediche fiorentine
Leggere:tutti, 01-05-2011, Federico Mussano
Sovente sottovalutato dai pur numerosi testi che si sono dedicati a Galileo Galilei, il ruolo della predicazione post-tridentina e dei predicatori (domenicani e francescani in primo luogo) è in realtà fondamentale per spiegare le complesse vicende dello scienziato nel lungo periodo trascorso a Firenze. L’intensificazione dell’interesse verso la figura di Galileo è stata rilevante negli ultimi anni grazie a nuove prospettive in cui si sono inseriti gli sforzi (per citare due tra i validi studiosi che hanno apportato significativi contributi al progredire delle conoscenze galileiane) di Mario Biagioli nell’adottare la categoria della proprietà intellettuale (al di là del semplice riscontro su Galileo propenso a far dono dei suoi telescopi a principi e cardinali, ma non a suoi concorrenti nel settore della ricerca) per spiegare le modalità di diffusione dell’influenza galileiana e di Luigi Guerrini che, con altrettanto encomiabile sforzo, ha indagato sul tema Galileo & Firenze, ovvero (secodno quanto riportato sulla prefazione al suo libro Galileo e la polemica anticopernicana a Firenze) la capitale medicea con «le sue biblioteche, le sue chiese, […] il suo universo di attività» e con il significato che tali luoghi fisici e tali luoghi di aggregazione sociale rappresentarono per l’illustre pisano.Il testo di Guerrini prende in considerazione due quinquenni di predicazione e di polemica anticopernicana (spesso apertamente tradotta in antigalineiana) a Firenze: il primo di tali cicli si pone proprio a ridosso dell’Inquisizione del 1616 e parte dall’anno del Siderus Nuncius nonché del rientro in Toscana da Padova (1610) per arrivare al 1615, l’anno in cui il frate domenicano
Tommaso Caccini depone al Sant’Uffizio romano riferendo della sua predica in S. Maria Novella sopra il gran miracolo «ch’alle preghiere di Iosué fece Iddio in fermando il sole».L’attenzione storiografica di Guerrini fa rivelare come il binomio Caccini-Giosué sia insufficiente a fornire una spiegazione degli eventi con la consapevolezza di ciò che rappresentavano (forti delle tesi affermate al Concilio di Trento) i predicatori nel tessuto sociale dell’epoca, non soltanto in termini quantitativi ma anche in termini di influenza verso intellettuali, nobili e prelati, romani e toscani. Il gran miracolo di Giosué rappresenta certo l’evidente punto di conflitto tra copernicanesimo e tradizione aristotelico-cristiana ma altre polemiche con riflessi della scienza sull’ortodossia religiosa erano presenti nella Firenze dell’epoca: ad esempio, le pubbliche dimostrazioni che Galileo teneva a Firenze, con Maffeo Barberini tra il pubblico entusiasta, sulla galleggiabilità dei corpi e le leggi sottostanti nel solco di Archimede violavano le convinzioni filosofiche sui quattro elementi fondamentali. E certo il letterato e aristotelico fiorentino Ludovico delle Colombe (grande amico dell’arcivescovo Alessandro Marzi Medici e fratello del predicatore domenicano Raffaello delle Colombe) non poteva accettare il concetto di peso specifico che Galileo, assieme al resto della sua teoria, propugnava.Nel quinquennio successivamente trattato da Guerrini (1620-1625) si comprende come assai appropriate fossero le parole contenute in una lettera di Piero Guicciardini (ambasciatore fiorentino a Roma) sull’umore fisso di Galileo Galilei di «scaponire i frati et combattere con chi egli non può non perdere».
Perdere? Galileo si illudeva che ci fossero le premesse per vincere, per portare all’affermazione definitiva non solo quel bagaglio di invenzioni e scoperte che riuscivano a non entrare in rotta di collisione con l’aristotelismo e l’interpretazione letterale delle Scritture, ma anche il suo metodo e ciò che il suo metodo riusciva a dimostrare come appunto l’eliocentrismo.Nel quinquennio 1620-1625 i frati che Galileo fa «scaponire» sono soprattutto francescani (non più i domenicani che addirittura, nella persona di Niccolò Riccardi, avrebbero poi autorizzato,sia pure con dietrofront successivo, la pubblicazione del Dialogo che avrebbe successivamente scatenato gli eventi culminati nella condanna del 1633) e l’attenzione di Guerrini si concentra sul frate Angelo Celestino che fu chiamato a predicare a Firenze da Alessandro Marzi Medici. È opportuno estendere l’inizio del quinquennio a circa mezz’anno prima, al Discorso delle comete del discepolo galileiano Guiducci che allarmò nuovamente l’arcivescovo e lo spinse a chiamare un predicatore di spicco come il francescano Celestino. Dalla chiarezza alle macchie e alle tenebre il passo è breve: la chiarezza e l’efficacia delle prediche di Celestino pronunciate nel Duomo di Firenze (Guerrini evidenzia come cruciali le prediche della «feria seconda di Pasqua» e del «Sabato della Domenica quarta di Quaresima») nel contestare le posizioni del Saggiatore, e di Galileo più in generale,su macchie solari, comete e altre opinioni astronomiche dello scienziato portarono al drammatico paragone della scienza umana rispetto alla scienza divina si sarebbe pochi anni dopo concretizzato nel secondo processo a Galileo.
Galileo e la polemica anticopernicana a Firenze