La matita che fece grande Pinocchio
Il Tempo, 12-04-2011, Mario Bernardi Guardi
Sarà Ilaria Occhini, fiorentina di nascita a leggere i brani del poemetto «Primavera Romana» di Sigfrido Bartolini, pittore e scrittore pistoiese
Nonché «maledetto toscano» tra i più veraci, ma anche innamorato di Roma, più che mai quando la Primavera la riveste e dappertutto si avverte questo generoso, colorito rifiorire, che è proprio un «canto», come quello delle strade e dei monumenti, dei palazzi e delle fontane. Sarà Ilaria Occhini, dicevamo, ad evocare la Roma di Sigfrido, oggi, nella sala Dante di Palazzo Poli, alle 16,30, in occasione della presentazione del volume «Sigfrido Bartolini. Fra luoghi e tempo, le parole e l’immagine» (Polistampa, pp.252, euro 55). Insieme all’attrice, Maria Antonella Fusco, Franco Cardini, Barbara Jaita, Claudio Rosati e Marino Biondi parleranno del Maestro e dell’Uomo, di cui già il volume offre un variegato profilo attraverso significativi contributi.
A partire da quello della figlia, Simonetta Bartolini, critica letteraria e docente di Letteratura all’Università San Pio V, che «scava» nell’inedito diario del padre, da lui battezzato «Una disperata felicità». Il titolo è un ossimoro rivelatore. Ce lo ritroviamo dentro, Sigfrido, con umori e malumori, impennate di vitalità e repentine malinconie, sentimento profondo delle radici toscane e italiane e amara consapevolezza della decadenza, passione indomabile per la natura, l’arte, la tradizione e sentimento ineluttabile della precarietà come destino di tutte le cose. Ma la «felicità» - che è accettazione della vita - impone a te, Sigfrido, con quel nome wagneriano che ti ritrovi, di ribellarti e di agitarle tutte al vento le belle bandiere in cui credi, perché lì c’è stampata la tua faccia di toscano antico e fiammeggiante. Quello a cui abbiamo sempre voluto un gran
bene. Non era un tipo facile, il Nostro, intendiamoci. Ispido, scomodo, rigido, era pronto a discutere di tutto, ma non si schiodava di un millimetro dalle sue idee. Immutabili. Del resto, in vita sua, aveva cambiato una volta sola, quando, dopo avere incontrato Soffici ed essere rimasto folgorato dal lindore cristallino del Sor Ardengo e dalla sua visione dell’arte come sostanza spirituale che si traduce in norma e forma, linguaggio e paesaggio, aveva lasciato la Federazione Giovanile del Pci, cui era iscritto, passando dalla parte opposta. Ci provava gusto a dichiararsi «fascista». In quei momenti uscivano fuori tutti gli estri provocatori del suo Pinocchio, il Burattino che aveva illustrato con complicità amicale e con una ineguagliabile grazia di tocchi, coniugando un ruvido, scabro realismo di «cose», di «materiali» di cui avverti la tangibile concretezza, e una tensione poetica vibrante di suggestioni magiche, simboliche, sapienziali.
Sigfrido Bartolini
Fra luoghi e tempo la parola e l’immagine