La poesia di Parronchi continua a vivere nell’umanità
La Nazione, 31-12-2010, Marco Marchi
Ricordo dell’autore che ha dato un contributo unico nel Novecento alla storia dell’arte e alla letteratura
Parronchi, poeta da ricordare e da rileggere. Il 6 gennaio ricorre il quarto anniversario della morte di Alessandro Parronchi. Un contributo alla cultura del Novecento vasto e protratto, il suo, di assoluto rilievo, situabile tra poesia e storia dell’arte e idealmente suggellato da un’icona quale lo strepitoso Crocifisso di Bosco ai Frati, riconosciuto per primo da Parronchi come opera di Donatello. Se ripenso al caro Sandro, rivedo la sua figura di persona anziana ma ancora singolarmente operosa, semplice e distinta, con i suoi occhiali e la sua cartella da studioso, in attesa del tram a una fermata di via Cavour, nel centro di Firenze. Ma il suo ricordo mi evoca anche l’immagine di poco successiva del fiorentino illustre festeggiato per i suoi novant’anni. Nel 2004 Parronchi fu omaggiato nel corso di una bellissima serata di «Leggere per non dimenticare» al Saloncino della Pergola: una serata gremita di pubblico, nel corso
della quale il poeta fu insignito del «Fiorino d’oro». E fu nel corso di quell’incontro affabile e insieme solenne voluto da Anna Benedetti che furono lette – da Maria Cassi e da Giancarlo Cauteruccio – alcune splendide lettere tratte da Un tacito mistero, il più che quarantennale carteggio intercorso tra Parronchi e Vittorio Sereni. Allora definimmo Parronchi un «poeta impavido»: un poeta che aveva fatto del suo lavoro bilanciato tra ragioni della poesia e ragioni dell’arte il suo pressoché esclusivo modo di guardare il mondo. Parronchi aveva e avrebbe affidato a sguardi e scrittura, senza stancarsi, la sua presenza nel mondo: una presenza rappresentativa, universale, che con coraggio si era già espressa a nome di un’«intera sortita d’uomini e non d’un singolo», rispecchiando la disavventura di una «generazione d’uomini incenerita da due ‘grandi guerre’ e dall’interludio di una dittatura». Così la Stanza dei poeti a base di lettere
immaginata all’occasione per onorare Parronchi aveva potuto essere lo studio milanese di Sereni visitato un giorno d’ottobre del 1948, ma anche la stanza di lavoro di una vita di Parronchi stesso. L’importante era stato suggerire – come accade a chi scrive una lettera come a chi scrive poesie – che anche l’assenza produce presenza. Morto al mondo Dante, morto al mondo Leopardi, ma certo non scomparsi i frutti della loro applicazione, le cose viste dai loro strani, distanti ed implicati sguardi. Ecco perché Parronchi, in quanto poeta vero, era stato e continuava a essere anche un uomo coraggioso. Ed ecco ad attendere l’autore ermetico dei Giorni sensibili l’ormai programmatico «coraggio di vivere» che intitolerà i versi di Parronchi degli anni Cinquanta, investendo potentemente tutto il suo successivo itinerario: con il ritrovamento – per dirla con Enrico Ghidetti, prefatore delle Poesie di Parronchi edite da Polistampa – di «un linguaggio naturale, lungo la via dell’umano».
Le Poesie