Il numero e la struttura universale (e certe considerazioni personali)
Erba d’Arno, 01-07-2010, Marco Cipollini
Che densità di significati nell’ultimo libro di Carlo Lapucci, Il numero e la struttura universale. Mentre nella modernità il numero ha una valenza esclusivamente quantitativa, nella cultura tradizionale, europea ed extra, esso era qualitativo e simbolico. Una funzione, s’intende, non esclude l’altra, in quanto sempre si è usato l’aritmetica in modo empirico e utilitario. Oggi però la numerologia è degradata nella considerazione “colta”a quasi superstizione. Errore madornale; perché quanto riguarda il mondo dello spirito, se viene emarginato dalla cultura ufficiale, in realtà non si estingue, ma continua una sua vita rizomatica e, come la psicanalisi insegna per i sentimenti rimossi, incontrollabile; così che, quando (e se) rispunta fuori, può assumere funzioni inusitate, con significato anche opposto a quello originale. Si consideri infatti che i numeri simbolici possono avere una valenza duplice, “come il 5 in positivo si riferisce al Verbo, in negativo si collega a Satana”. L’eccesso di razionalismo (esclusivista) comporta una reazione uguale e contraria, cioè irrazionale.
Vero è che una struttura numerico-simbolica si ritrova oggi, più o meno consciamente, in una quantità di opere creative, sia in quelle spaziali/figurative sia in quelle che hanno svolgimento temporale. (letteratura, musica, cinema); ma trattasi perlopiù di congegno superficiale, psicologico, in quanto la radice ontologica è mozzata. Lesione che si constata specialmente nella nostra cultura, della quale scrisse Maurilio Adriani (Italia mistica, 1966): “Tradizione spirituale, quella italica, declinante senza rimedio a partire dai primi del Seicento. Pur rivedendo con la massima simpatia il moto dell’epoca moderna – dal cosiddetto “genio” seicentesco al cosiddetto “genio” romantico – ci siamo ritrovati nella necessità di confermare il giudizio antico sulla sostanziale sterilità, anzi nullità della mistica italiana fra il XVII secolo e i giorni d’oggi”. È ovvio che, con tali premesse, l’anima simbolica del numero da noi, e quasi ovunque in Occidente, è, per così dire, discesa agli inferi.
Se l’affermazione di Adriani resta tuttora valida e cogente, ci sia consentita una constatazione di segno opposto, che alle speranze lascia spazi angusti, è vero, ma che non si può rificcare tra le mere illusioni consolatorie. E cioè che il razionalismo riduzionistico, pur continuando a mietere trionfi nella cultura accademica, comincia a manifestare segni di decrepitezza, e frequenti qua e là scricchiolii. I conti non quadrano più come due o tre generazioni or sono, perché è ormai evidente che l’uomo non si nutre solo di pane scientifico, checché ne pretendano le diete fachiresche di matematici e fisici subatomici. Ovviamente non è la scienza in sé a deficere nel suo ambito specifico, bensì lo sono le sue pretese totalizzanti di religione immanentistica. Se dunque è vero che i libri di valore nascono alla giuntura di due epoche, si può ben dire che Il numero e la struttura universale ha, coraggiosamente, un suo alone profetico.
Si è scritto moltissimo sull’argomento, ma queste pagine fanno un’opera di sintesi tanto più preziosa in quanto, non ultimo loro merito, elaborata con una scrittura sapida e chiara, capace di condensare una materia immensa – dai Rigveda ai Pitagorici, da Platone alla metafisica medievale, da Esiodo a Dante – entro uno spessore cartaceo compatto, evitando ogni triturazione erudita. L’autore altresì mette in guardia il lettore a non lasciarsi sedurre da un idea di numerologia ridotta alla stregua di un’astrologia da scribivendoli ebdomannari. E tuttavia una certa magia la emana, da sempre. Allorché
Pitagora affermava che il mondo è numero e dunque “cosmo”, cioè ordine e bellezza, non lo anatomizzava come un cadavere sul bancone di marmo,finendo per dissolverlo in dettagli sempre più parcellizzanti così come opera la scienza moderna, ma ne intravedeva la struttura divina, qualunque accezione di trascendenza quest’attributo voglia significare oltre l’evidenza brutale delle cose. Per lui e per i suoi seguaci matematica e geometria erano scienza sacra. Infatti pensare l’Uno o il Due o il Quattro, secondo la Tradizione significava penetrare nella “cifra segreta con la quale il Divino ha agito sulla materia plasmandola nelle cose”, dove ha lasciato la sua traccia creatrice. Il numero, quindi, come percorso teologico (in qualsiasi campitura religiosa). A parer mio, l’aspetto più geniale dell’antichissima simbologia numerica è nell’aver concentrato il supremo significato in un segno “vuoto”, metafisico, che ne rappresenta la compiuta oggettivazione: concretezza e astrazione al massimo grado. La cui forza fu tale che pure la “nuova” religione del Dio Incarnato, così inerente all’interiorità personale, ne assorbì il sistema concettuale (trinità, duplicità ontologica di Cristo, ecc.).
Un punto di forza nello studio di Lapucci nasce dall’ampiezza dei suoi interessi, che spazia dalla filosofia alla letteratura, dalla religione all’arte, e tale che non tralascia proverbi o detti popolari. Ma questa era la globalità della cultura tradizionale, che ancora non aveva operato la scissione tra la sfera “alta”e quella “bassa”,come purtroppo è avvenuto dal XIV sec. in poi. Di certo nel Medioevo il contadino o l’artigiano urbano nulla sapeva della Summa tommasiana o dei vertici teologali del paradiso dantesco; però essi frequentavano quelle semplici pievi o le maestosecattedrali le cui cerimonie e opere d’arte di tale cultura erano riflesso e mirabile sintesi. Ma guardare a una Grande Sintesi, al giorno d’oggi, è miraggio nel deserto.
Un libro non vale solo per le cose che afferma, ma in quanto sollecita a ripensarle in varie direzioni, altrimenti la sua opera è d’inerte erudizione. Leggere Lapucci ha suscitato in me alcune considerazioni. Una è questa. Di una visione del mondo non c’è manifestazione più efficace dell’arte. Ora, l’arte più recisamente novecentesca si pone in dichiarata opposizione a tutta quella tradizionale, fino a perseguire la bruttezza, la difformità, la stupidità, quasi per masochistico dispetto all’eredità ricevuta. Questo accanimento ideologico contro qualsiasi aspirazionesuperiore (stavo per dire “angelica”) comporta un puntiglioso deragliamento da ogni armonia numerica a favore del caos e della realtà brutale, come Duchamp ha predicato con successo. Ma è arcinoto: scendere è assai meno faticoso che salire, e così è, in ogni attività, per la pars destruens rispetto alla pars construens. Se il Rinascimento, di cui ci gloriamo eredi, fu lo zenit di una certa idea dell’arte e della vita, oggi ne siamo al perfetto nadir; non spandiamo geremiadi su Halloween: ci rappresenta perfettamente. È pur vero che nei riguardi dell’arte più provocatoria – ormai declassabile a fradicio conformismo – il cosiddetto volgo rimane beatamente indifferente, anzi, cacchinnatore; ma la perdita ontologica ormai permea ogni strato della sensibilità sociale. Ai nostri tempi un’arte che disattende il simbolismo “pitagorico” delle forme è l’architettura di molti edifici sedicenti sacri, che paiono aborti di una metamorfosi scingommesca. Si pensi invece alla compiuta sintesi concettuale e alla potenza icastica di un antico battistero ottagonale, o alla forma
ternaria e cruciforme di una basilica, o alla sfericità celestiale della cupola che proietta luce dalla sua altissima lanterna, ecc. La deformazione moderna o, se si preferisce, “deformalizzazione”, è la ragione – non la sola: vedi anche certi materiali edilizi, frigidi e repulsivi – per cui in tante chiese novecentesche si prova disagio a pregare. Luoghi che per il loro scopo dovrebbero essere simmetrici e centripeti, sono fatti asimmetrici e centrifughi, quindi inquietanti, alienanti, perché invece di far convergere la fede nel suo “punto prospettico”, ne operano una diffrazione cioè la mettono in dubbio (non è una fisima moderna quella di “mettere tutto in discussione”? La colpa, si badi bene, non è solo dell’architetto, al limite anche credente ma per formazione succubo di una cultura agnostica, se non atea, ma pure del clero committente, ormai passivo, che alla cultura corrente si assoggetta per “adeguarsi ai tempi”. Occorre puntualizzare come un abnorme quantità di arte moderna, caparbiamente trasgredendo (è il dogma imperante) qualsiasi procedimento armonico, aborrisce la Bellezza Formale – che poi in arte è Sostanziale – e ciò soprattutto in base a due presupposti sconsiderati. Uno è l’orrore che, maturando nel solco della Tradizione (concetto etimologicamente dinamico!), l’arte risulti convenzionale e/o accademica, e quindi banale (giudizio, oggi, terrificante); epperò finendo per generare un altra convenzione, di una banalità, questa sì, sconvolgente:quella del caos e della gratuità insignificante. È incontestabile che non esiste, come invece è per il periodo romanico o barocco o neoclassico, un’arte tipica del Novecento, la quale risulta un coacervo mostruoso di singolarità espressive, sovente parto di un egoarchia imbarbarita e e presuntuosa. Ne consegue che moltissima “arte” oggi è, letteralmente, demenziale (senza virgolette) e che poveri dementi ne risultano gli acquirenti che, paradossalmente, sono perlopiù gente concreta e volpina negli affari; ma come ci casca con l’“investimento” artistico! L’altro presupposto è la velleità, di ascendenza romantica, che ha l’artista di “esprimere se stesso”, quando di sé l’aspirante genio non sa quasi niente, e forse è bene, contro la massima delfica, che non lo venga mai a scoprire.
L’arte dell’ultimo secolo, specie quella buccinata dal critico lenone e perciò prodotta con ritmi fordiani per le insaziabili ganasce del Moloc-Mercato, per 9/10 oscilla così tra l’Incubo e l’Illusione, e tradendo la Bellezza e il Significato ontologico delle cose, condanna se stessa all’immondezzaio della Storia. Altro che le locupletate discariche della Campania! Vero è che in parte provvede il riciclo del Mercato, ma l’accumulo oftalmico resta immane. Gli effetti bulimici del produci-e-consuma – si parla di circa 250 (duecentocinquanta/oo) Biennali sfunganti sul pianeta – sono sotto gli occhi di tutti, che per democratica viltà tacciono. Non si capisce perché una persona civile, che si scuote giustamente per un atto di violenza, invece non si scandalizzi di fronte a una buffonata propinatale come “arte”...Perché l’etica è oggettiva (sociale) e l’estetica è soggettiva (individuale)?! Che idiozia! E mi è dolce rammentare un amico, coltissimo, e ormai facente solo saltuarie comparizioni nel polveroso teatro della memoria, il quale a una mostra di quadri, esibente anche firme illustri, gli scappò detto: “ci sarà da far tante risate il Giorno del Giudizio...” Forse, non dovremo aspettare così tanto. Leggete questo libro. Può essere l’inizio di un ripensamento.
Il numero e la struttura universale