Parronchi, la preziosa eredità della sua opera
La Nazione, 04-04-2010, Marco Marchi
Un patrimonio di poesia e studi sull’arte. Una vita dedita con passione al suo lavoro
Volle che le sue carte e la sua ingente corrispondenza novecentesca fossero conservate a Siena, cedendole alla Biblioteca della locale Facoltà di Lettere, e Siena, riconoscente, gli ha di recente dedicato un convegno. Ma l’eredità più consistente e preziosa che Alessandro Parronchi ci ha lasciato è la sua opera di poeta e di studioso. Un condiviso patrimonio del mondo situabile fra poesia e storia dell’arte, un inalienabile bene di tutti che ci piacque vedere suggellato – già all’indomani della sua scomparsa, avvenuta a Firenze nel gennaio 2007 – da un’icona che è uno dei più grandi doni che Parronchi ci ha fatto: lo strepitoso, umano e poeticissimo Crocifisso di Donatello a Bosco ai Frati. Vita e lavoro erano del resto coincisi, per lui, perfettamente. Come si legge in una sua antica lettera indirizzata al poeta Vittorio Sereni: «Non mi stancherò tanto presto di guardare, almeno fino a quando le ‘questioni di lavoro’ mi parranno,
come lo sono ormai da tempo per me, l’unica ragione per vivere». Un impegno inclusivo e fagocitante, per cui Parronchi aveva ed avrebbe affidato in seguito a sguardi e parole, senza stancarsi, la sua presenza nel mondo. Strane creature, i poeti: disagiati e incantati, separati e con gli altri, fuori del tempo e in tutti i tempi, qui e dovunque, vertiginosamente attaccati al presente anche allorché il loro sguardo è rivolto—zona di riparo solitario o paesaggio comune sognato— all’infinito. Proprio in questo modo a Parronchi era spettato di parlare a nome di un’«intera sortita d’uomini e non d’un singolo»—sono parole di un altro poeta amico, Giorgio Caproni —, di rispecchiare storicamente la disavventura di una «generazione d’uomini incenerita da due ‘grandi guerre’ e dall’interludio di una dittatura». Così la Stanza dei poeti che immaginammo con Anna Benedetti e «Leggere per non dimenticare» per festeggiare i novant’anni di Parronchi al Saloncino del Teatro della Pergola poté ibridamente
configurarsi come lo studio milanese di Sereni visitato in un lontano giorno del ’48 e insieme come il laboratorio di un’esistenza di Parronchi stesso, o ancora, fra scrittura e arti figurative, come il luogo dipinto dove in eterno è all’opera il disegnatore di Klee. L’importante fu indicare – i poeti e gli artisti lo sanno – che anche l’assenza produce in quella stanza presenza: una sorta di «mysterium mortis», una sparizione fiduciosa nella capacità di esprimere così se stessi e il mondo. Dire queste cose di fronte a Parronchi, che della morte aveva fatto uno dei temi ricorrenti e fondanti delle sue poesie (poesie alla fine raccolte per Polistampa, a cura di Enrico Ghidetti), non fu peraltro difficile. Morto al mondo Dante, morto al mondo Leopardi, ma tutt’altro che scomparsi i frutti della loro applicazione, le cose viste dai loro strani, distanziati ed implacabili sguardi. Come in Parronchi: dal giovane poeta ermetico dei Giorni sensibili a quello ormai maturo, da ritrovato linguaggio naturale, di Pietà dell’atmosfera e Replay.
Le Poesie