Galileo e una conferenza a Francavilla Fontana
La Gazzetta del Mezzogiorno.it, 18-01-2010, Angelo Sconosciuto
Per l’Adnkronos è stata l’ultima notizia messa in rete martedì 12 gennaio. «Padova: scoperto manoscritto inedito di Galileo Galilei, è un’ode», dice il titolo e le righe del take riferiscono che «un manoscritto inedito e autografo di Galileo Galilei contenente un’ode indirizzata al suo grande amico e collaboratore Mario Guiducci, è stato scoperto dall’architetto Lucio Giummo, che presenterà il rinvenimento nel corso dell’Adunanza solenne dell’Accademia Galileiana di Padova». Il tutto è avvenuto, poi, sabato scorso «nel quadro dell’Ottava Giornata Galileiana, presso la prestigiosa, storica sede padovana dell’Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti, fondata nel 1599 anche da Galileo, presieduta dal Professor Oddone Longo» e si è anche saputo che «l’annuncio e la presentazione padovana del manoscritto», «precedono solo di poco la pubblicazione, nella prossima primavera, del saggio monografico su di esso (edito da Chimienti)».L’anno internazionale dell’astronomia appena conclusosi, del resto - lo si voglia o no - è stato anche, e forse soprattutto, l’anno di Galileo Galilei. Ora si scopre anche il suo verseggiare; e attorno alla figura di questo grande italiano, tuttavia, il dibattito è destinato a proseguire con degne compagnie di libri.Tra queste va annoverato «Galileo e la polemica anticopernicana a Firenze» (Edizioni Polistampa, Firenze, Euro 14), scritto da Luigi Guerrini, un ricercatore che da anni dedica le sue attenzioni al pisano, «riuscendo a raccogliere della documentazione che in qualche modo è sfuggita alle maglie delle ricerche galileiane». L’autore, infatti, da tempo si dedica al tema «Galileo e Firenze» e con grande acume va spulciando lungo il versante di quelle che possono essere considerate fonti indirette. Nel caso specifico, ha indagato sulle prediche pronunciate dai pulpiti fiorentini.«Quell’ingegnoso nostro matematico fiorentino si fa beffe di tutti gli antichi, che facevano il Sole nitidissimo e netto da qualsiasi minima macchia, onde ne formarono il proverbio “Querere maculam in Sole”, però egli con lo strumento detto da lui telescopio fa vedere che ha le sue macchie regolari, come per osservazion di giorni e mesi ha dimostrato. Ma questo farà più veramente Iddio, perché “Coeli non sunt mundi in conspectu eius”, se si troveranno le macchie ne’ Soli de’ giusti, pensate voi, se si troveranno nelle Lune degli instabili peccatori», si legge, tra l’altro, in questo libro. Si tratta del brano di un’inedita predica antigalileiana pronunciata nel 1614 dal domenicano Raffaello delle Colombe, che non fu il solo a Firenze a criticare dal pulpito Galileo. Guerrini, infatti, si concentra sul quinquennio 1610-1615, quello del «primo processo romano», e sul quinquennio 1620-1625, gli anni
dello scontro fra Galileo e la Chiesa; dimostra che apparentemente lo scienziato pisano fu in patria uno degli uomini più apprezzati e a Firenze gli vennero tributati onori e privilegi. In realtà – scrive con un efficace presente storico - «è anche molto odiato». E le critiche non giunsero solo dai Domenicani (fra’ Tommaso Caccini e fra’ Raffaello delle Colombe), ma anche un francescano, Angelo Celestino, pur non intervenendo contro Galileo nelle sue prediche, appoggiato anche dall’arcivescovo Alessandro Marzi Medici, pronunciò, tra le altre, «una predica contro la Nuova Scienza che venne udita da tutta la Firenze colta del tempo».«Altri tempi, altri pulpiti», si potrebbe obiettare. Ed il topo di biblioteca ha continuato a cercare negli scaffali. La ricerca non è stata vana: ha trovato sedici paginette di grande interesse. Sono collocate negli scaffali di una sola biblioteca pubblica – la «Provinciale» di Lecce – e, a quanto consta, in qualche biblioteca private. Si tratta di «Galileo Galilei», «Discorso commemorativo letto il 14 marzo dell’anno 1874 nella scuola tecnica di Francavilla Fontana da Arcangelo Valente, prof. di Lettere Italiane e Storia».L’autore diede il manoscritto alla «Tipografia di Salvatore Latronico e Figlio- Diretta da Matteo Trizio» e non è che gli fu reso un buon lavoro se, nelle copie da noi consultate, troviamo due refusi ed un errore in un sol rigo, a pag. 8, quando il poco accorto compositore sbagliò addirittura il cognome dell’astronomo («Galeli») e l’anno della sua nascita («1542») corretta da mano pietosa in 1564, mentre nulla potè fare per il giorno, rimasto, impietosamente, «15 gennaio», quando il Nostro nacque un mese dopo.Ma tant’è. Eppure, questo «cultore di lettere e di memorie patrie» - così lo chiamò Carlo Villani -, appena l’anno prima aveva affidato, sempre alla stessa tipografia, un’opera che lo avrebbe imposto all’attenzione della Puglia: «Memorie storiche della provincia idruntina per uso nelle scuole» e nel pubblicare il suo discorso francavillese, il prof. Valente fece inserire lo stemma della città di Francavilla sul frontespizio e dedicò l’opera al sindaco pro-tempore, Giovanni Galante.L’Italia festeggiava il Re Vittorio Emanuele, nel giorno in cui Valente pronunciò il discorso: era un sabato. Ed il conferenziere partì con un elogio del monarca, prima di svolgere il tema, tutto imperniato su un concetto guida: «In Galileo Galilei è tutto il Seicento», da leggere in chiave positiva, perchè quel secolo, per altro verso, «fu secolo di deliri e di ciance, il quale – aggiunse – c’ingenerò quella pessima risma di scrittori e di artisti corrompitori del buon gusto. Il settembrini lo disse, il Gesuitismo nell’arte».
E se Valente avesse letto l’Odora scoperta, cosa avrebbe detto del nostro Galileo?Lo stato delle conoscenze, tuttavia, allora era tutto dalla sua parte. Il Seicento risentiva di quel giudizio così negativo, tanto che «infallibile era Aristotile delle dieci categorie delle nuove idee; ma dove per il filosofo di Stagira finiva il dogma comincia per Galileo la verità». E dopo questa riflessione sul metodo, Valente sciorinò tutto quanto accadde al Pisano, sul fronte delle sue scoperte, delle sue osservazioni, dei suoi rapporti con l’intellighentzia del tempo.Quindi, pensando a il Saggiatore invitò i giovani presenti a leggerlo, «vi apprenderete non la forma solamente, chè essa nulla vale senza il pensiero, ma osserverete il libro esplicamento di severe concezioni e vedrete come l’arditezza del novatore si vela sotto lo splendido manto dell’arte, e coll’esempio di lui vi rifarete forti e magnanimi, oggi specialmente che l’Italia, pur si muove!». Ed in quella frase galileiana c’erano, dunque, tutti i tempi nuovi, dai quali probabilmente Valente ed i suoi ascoltatori pensavano fossero giunti anche i giorni da loro vissuti. «Io osservo cominciar da Galileo quel periodo di svolgimento propriamente detto, che investe tutta la moderna Europa, improntata dalla libertà di disamina in cui “politica filosofia, uomo, società, sono argomento ad un tempo di studi, di dubbi, di sistemi”», disse Valente citando Guizot e ribadendo, in conclusione, che la «vera coscienza della libertà», eredità di Galileo, era anche alla base della nuova Italia, «retta dal magnanimo, animoso e grande dei Re, Vittorio Emanuele II».Ed ora cosa resta, di quel discorso? Ai contemporanei di Valente, certamente restò il giudizio positivo su un loro dotto contemporaneo; ai francavillesi – di allora e di oggi - un ulteriore esempio del livello culturale di una cittadina sempre attenta a discutere dei temi fondamentali della cultura; a noi uomini di questo inizio di nuovo millennio un’ulteriore certezza: ogni discorso può avere inspiegabili e inaspettati risvolti «politici». Forse al prof. Valente, a pubblicazione del discorso realizzata, restò invece un po’ di amaro in bocca per quelle sviste sopra evidenziate. Due anni dopo, nel 1876, stampò da Bux il racconto «Tristano di Chiaramonte»; quindi fu la Tipografia del Commercio a pubblicare, sempre a Taranto ed in un solo anno, «Taranto: il castello, il ponte e la cittadella: memorie storiche» e «Terra d’Otranto: nozioni di storia e geografia per gli alunni della scuole tecniche, ginnasiali, elementari». E da Latronico? Valente pubblicò, nel 1893, «Nozze d’argento», una conferenza di 36 pagine, «letta nel Palazzo municipale di Taranto». Ma quel «Latronico» non era più Salvatore: era Francesco Paolo.
Galileo e la polemica anticopernicana a Firenze