Pizzuto visto da Guglielmi
L’Espresso, 21-10-2009, Salvatore Ferlita
«Mi sembra di poter interpretare questo convegno come il tentativo di strappare Antonio Pizzuto alla marginalità per spostarlo al centro della galassia degli autori del ventesimo secolo». Così Angelo Guglielmi, critico letterario, tra i fondatori della Neoavanguardia a Palermo nel lontano 1963, storico direttore della terza rete Rai, fino a poco tempo fa assessore alla cultura a Bologna, ha aperto ieri, a Bagheria, il suo intervento al convegno dal titolo "La vera novità ha nome Pizzuto" (che continua oggi con una sessione dedicata al rapporto tra Pizzuto e la filosofia). «Si avvera la previsione - ha continuato Guglielmi -fatta da Gianfranco Contini, il massimo esegeta dello scrittore palermitano: ci vorranno degli anni perché lo si apprezzi pienamente. Insomma, il tempo,a detta del grande filologo, sarebbe stato generoso nei confronti del questore-scrittore». Generosissimo, se è vero che tra breve, a rincalzo del convegno, usciranno “Sinfonia 1927” (Lavieri editore) e la tesi di laurea sullo scetticismo di Hume (forse la pubblicherà Sciascia), a cura di Antonio Pane, e l’ edizione critica di “Pagelle” (per i tipi di Polistampa), a cui da anni lavora Gualberto Alvino. «In effetti, è tutto un rigoglio, un fervore di studi che quasi impressiona. Anche grazie agli sforzi della Fondazione Antonio Pizzuto, che la figlia Maria dirige con grande passione». Dottor Guglielmi, chi è stato Antonio Pizzuto? Una meteora che ha attraversato i cieli letterari del Novecento, o qualcos’ altro? «Pizzuto, per il nostro Novecento, ha rappresentato davvero la novità assoluta. Una novità, si badi bene, che ha avuto delle affinità, ma che non annovera somiglianze». Insomma, un autore singolare, una sorta di marziano? «L’ unicità dello scrittore palermitano è da far risplendere come una vetta solitaria. Per la sua formazione, per la cultura mostruosa, per la visione del mondo, per la capacità di bombardare la sintassi,
di creare, come diceva Contini, una nuova grammatica. Pizzuto è stato, come pochissimi altri in Italia, un vero riformatore, infaticabile. Appartiene, assieme a Gadda, al filone moderno, sperimentale della letteratura italiana. Sono, lui e il Gran lombardo, gli unici due grandi scrittori che possono vivere non abusivamente in un contesto europeo. Loro sì che hanno voltato le spalle alla tradizione letteraria di casa nostra, ancora legata al romanticismo, per aprire le porte al nuovo. Questo è un motivo sufficiente per organizzare un convegno del genere, mi pare. Peccato però che non si sia fatto a Palermo, la capitale: sarebbe stata la vera consacrazione per Pizzuto». Ad un certo punto, l’ autore di “Signorina Rosina” venne dichiarato, dai neoavanguardisti, una sorta di “padre laterale”. È così? La cosa, si sa, diede non poco fastidio allo stesso Pizzuto... «Beh, devo confessare che quando venni per la prima volta a Palermo, nel 1963, era il mese di ottobre guarda caso, io non sapevo nulla di Pizzuto, anche sei suoi due romanzi più noti erano già usciti: non posso non ammettere questa lacuna. Qui, di certo, non si poteva non sapere. Poi, quando scoppiò il caso Pizzuto, a noi che cercavamo autori su cui innalzare i nostri fantasmi teorici, ci parve un ottimo compagno di strada, anzi, meglio, un grande anticipatore. Ma sempre un isolato, un irriducibile. Ecco, va detto che noi lo scoprimmo e lo apprezzammo solo dopo». Il caso Pizzuto scoppiò quando Contini pubblicò il suo elzeviro sul Corriere della Sera, e però, poco dopo, di nuovo il silenzio. Anche per via della sua impraticabilità: Pizzuto non è certo autore da leggere sotto l’ ombrellone... «Pizzuto è un autore che non racconta un bel niente. Per lui, la realtà è un ingombro che gli impedisce di vedere. Non esiste nella sua apparenza, non esiste come imitazione. Ma ne rimane, nelle sue pagine, lo scavo, come dire, la raschiatura. Certo che il lettore comune rimane
imbarazzato dinanzi ai suoi arzigogoli linguistici, alla sua sintassi abnorme. Ma penso che questa inaccessibilità possa essere superata». E come? «Andrebbe detto, ad esempio nelle scuole, nelle aule delle Università (qualora lo si studiasse, certo), che dentro le opere di Pizzuto non bisogna cercare la fotografia della realtà, ma l’ energia che in essa è nascosta. Basta, per tentare un approccio, non chie«M dere alla scrittura pizzutiana di raccontarci le cose che possiamo raccogliere dalla bocca del vicino, per usare una metafora. Lui scopre i fatti e li rovescia: ecco tutto». Insomma, Pizzuto, anche così, rimane uno scrittore arduo, illegibile. O no? «Sì, è così. Ma va bene: non so come spiegarlo: in effetti, si può capire molto di più delle sue cose non capendo un bel niente». Anche da qui la sua estraneità alla letteratura siciliana, così ancorata al dato realistico ... «Sì e no, nel senso che è vero che per Pizzuto la realtà non esiste, ma è vero anche che nelle sue pagine, di realtà, ce n’ è fin troppa. Pizzuto è un antirealista che però parte sempre dal dato oggettivo, per poi, mano a mano, sventrarlo, raschiarlo, ridurlo all’ osso». Quale altro autore isolano potrebbe essere a lui apparentato? «Penso a Elio Vittorini, altro scrittore antirealista, altro grande sperimentatore siciliano. Lui tentò, nelle sue opere, la simbolizzazione della realtà. E ci riuscì. Ma agli altri scrittori non è stato più possibile. Bisognava tentare altre vie, rispetto a quella degli astratti furori». Ha mai incontrato Pizzuto? «No, mai. Ma lo conobbe il mio grande amico Alfredo Giuliani. Mi disse un giorno di averlo visto felice, inspiegabilmente felice. E quando gli chiese a cosa era dovuta quell’ euforia, Pizzuto rispose di avere trascorso due ore con Gianfranco Contini a parlare della metafora. Ecco chi era veramente Antonimo Pizzuto».
Coup de foudre
Lettere (1963-1976)