Dalla terra nascono i fior...
Informatore, 01-05-2009, Alberto Righini
A quattrocento anni dalla prima volta in cui Galileo utilizzò il cannocchiale per osservare gli astri, siamo tutti consapevoli che la sua curiosità ha contribuito a far nascere la scienza moderna, dopo un lungo travaglio concluso solo alla fine del XVII secolo con l’opera di Isacco Newton. Per sintetizzare, il suo contributo alla rivoluzione scientifica può essere indicato in due elementi: il metodo a cui si deve attenere uno scienziato per indagare la natura, e il tentativo di convinzione dei suoi contemporanei che la Terra non era altro che uno tra i pianeti che compongono il sistema solare. Ovvero, come fa dire ad
un interlocutore nella sua opera maggiore, scritta come un dialogo: di “por la Terra tra le stelle”. Che l’operazione fosse difficile Galileo lo sapeva: la Terra nella scienza del tempo era al centro dell’Universo, ma in compenso aveva la caratteristica di essere sede di tutto ciò che era deperibile e quindi di qualità inferiore ai pianeti fatti invece di una materia immutabile. Tra i diversi argomenti a cui Galileo ricorre per cercare di spiegare che la materia degli astri non era per nulla superiore a quella della Terra, ce n’è uno non proprio scientifico ma a nostro giudizio molto bello.
Lo scienziato pisano afferma infatti che se su un pianeta, o una stella fatta di una sostanza come il diaspro (una pietra ornamentale) vivesse un principe informato di come si vive sulla Terra, senza dubbio egli darebbe una grande quantità di oro e di pietre preziose, materiali notoriamente belli e non alterabili, per un poco di terriccio su cui far crescere un gelsomino profumato e un alberello di mandarini. Quindi la materia terrestre non è per nulla inferiore a quella delle stelle e dei pianeti, e pertanto, anche la Terra poteva essere, a buon diritto, annoverata tra i vari corpi che si muovevano nell’Universo.
Galileo e la polemica anticopernicana a Firenze