La fontana d’acciaio di Michele Brancale
Il Sirino, 01-11-2008, Maria Pina Ciancio
“Ero già sveglio, là,
assetato alla fontana,
pronto allo stesso viaggio,
a cercare, guardando,
il cuore di un calanco”

Non è una fontana malata quella di Michele Brancale (Sant’Arcangelo, 1966), ma una fontana d’acciaio, solida nello spazio del tempo e della memoria. Una fontana a cui dissetarsi e rinfrancarsi durante il viaggio, le entrate e le uscite dentro i labirinti spazio-temporali dell’inconscio.
Il libro si apre con la sezione dedicata a “La stanza” e l’autore, proprio da questa prospettiva, luogo fisico e metaforico della memoria, sembra volerci ricordare che la vita è fatta di “dettagli” (non solo di eventi straordinari, ma anche ordinari). L’autore si fa spugna, carta assorbente, dice sì ad ogni evento minimo: il rumore dei piatti, le collezioni sulla scrivania, le coperte del letto, le fotografie; e poi gli spazi: il muro che si dilata, i corridoi, le porte, le tende, la finestre e oltre i vetri il cortile, il marciapiede, la strada. Dentro e fuori dalla stanza le stesse cose di sempre, “amiche, familiari nelle pose/ che danno certezza” (n. 24). Michele Brancale de-scrive la ritualità e la religiosità dei piccoli gesti, quelli che si dilatano e diventano visibili di fronte a una frattura con la vita e che ci spinge ad appoggiarci ai muri, ad aggrapparci a ciò che resta, quasi in apnea, in attesa, con il freddo
addosso. Si lascia condurre a tappe, dalla gradualità, dalla ripetizione delle azioni “da un lato all’altro della stanza spenta/ lascio andare avanti e indietro la sedia;/ sfiorata dai riflessi del fuoco/ scandisce il senso delle ore calme,/ sottratte alla fretta, rapite al freddo”(4). Ma le stanze hanno porte e finestre, dalla porta si può entrare e uscire, qualcuno può bussare;  e così la strada chiama, invita ad in-camminarsi, a varcare la soglia, ma occorre avere pazienza e tempo, sembra enunciarci l’autore, prima di filtrare, stratificare, “riunire” e accogliere la rivelazione della pacificazione.
“La fontana di Azzaro” è lo spartito dell’uscita, del movimento, della strada in cui si delineano gli incontri, macchie confuse talvolta: le due vecchie, Giovanni, i ragazzi, i padri e i figli; il tempo presente e gli incontri della memoria. Eppure il cammino è incerto, vacillante, fatto di andate e ritorni (ritorni alla stanza, alla finestra), di treni e di domande “forse posso/ ricominciare, di nuovo/ accorciare la distanza,/ percorro la lontananza/ ogni volta che tornando/ salgo in treno e aspetto/ che arrivi un cambiamento (n. 1).
Ed è nell’ultima sezione della raccolta “All’esistente-inesitente” che la visione si fa netta, i ricordi si delineano e si stagliano come tali, così come le assenze e le presenze, di cui non si teme più
il volto e il nome, quello dei propri cari e di un paese sulle crete (la terra madre dello sradicamento e dello sventramento) “Tornare/ ogni tanto qui con i propri passi,/ seguire il corso, la traccia d’argento/ dei legami è quasi come affacciarsi/ a qualche cosa d’analogo a cento,/ mille e più di quelle porte (n. 8)” e ancora “Tornare. Possano i sogni insegnare/ a guardare il passato in prospettiva” (n. 9). Ed è qui che il linguaggio, che apparentemente sembrava vagare senza meta, ci restituisce il momento  del presente riscattato e reintegrato. La trama di ogni “dettaglio”, in un intarsio di pieni e vuoti, luci e ombre. Il ritorno a casa e il commiato, perché come scriveva Michael Ondaatje “devi girovagare se vuoi arrivare alla città”.

Si è alzata da poco e ha percorso l’aria
aprendo lo spazio a una pausa, un varco
nel muro invisibile della fretta
che stretta e invasiva pervade il tempo,
annulla il campo, lo sguardo sugli altri.
Anche la strada si è messa in ascolto,
vibra, si scuote, duttile al mistero
conosciuto dai tetti e le finestre
che lei sta accarezzando mentre sale,
si risveglia nella gente che ascolta
e si è fermata ancora e ancora un poco.
Ma quella melodia si è alzata e va via,
si attenua, così leggera, nell’aria

(da Arrivederci, p.67)
La fontana d’acciaio