«Noi ragazzi di Barbiana…»
Toscana Oggi, 13-02-2005, Claudio Turrini
Mileno Fabbiani arrivò a Barbiana nel 1962, a 14 anni, dopo un’esperienza negativa in una scuola di avviamento al lavoro. Anche Nevio Santini aveva 14 anni ma alle spalle il duro lavoro da un fabbro. Mario Boni, che oggi è un apprezzato tipografo d’arte a Parigi, di anni ne aveva solo 12 e una deludente prima media dai Salesiani di Borgo San Lorenzo («tre materie a settembre ed un livello di preparazione pari a zero»). Stessa età per Silvano Salimbeni, che trasferitosi a Barbiana con la sua famiglia nel 1957, rimarrà nella scuola fino alla chiusura nel 1967. L’impatto – racconta Silvano – fu tale da rimanere «totalmente sbigottito». Proveniente dalle elementari di Gattaia, di impostazione tradizionale, trovò la scuola di don Milani al tempo stesso «drammatica» e «interessante». «Drammatica per l’orario: 12 ore al giorno per 365 giorni l’anno, festivi compresi, e per la severità dell’insegnante», interessante perché quella «era una scuola vera, dove non esistevano interrogazioni, voti e giudizi finali». E poi ci sono Franco Buti, classe 1950, che con il «Priore» rimase da 1960 al ’65 e il coetaneo Guido Carotti, uno degli allievi della prima ora, nel 1957, rimastoci fino alla chiusura, dopo la morte di don Lorenzo (26 giugno 1967). Sono loro i veri protagonisti del volume di Bruno Becchi, «Lassù a Barbiana ieri e oggi», prima fatica del giovane storico che dal 2001 è presidente del «Centro documentazione don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana».

Si tratta di un lavoro nato «per gemmazione», attorno ad un nucleo di studi, saggi e articoli pubblicati in
questi ultimi anni, e corredato da un apparato critico e bibliografico sempre preciso e rigoroso. Un volume che raccoglie la sfida di dire qualcosa di nuovo su un personaggio ampiamente studiato (oltre 100 libri e 5 mila articoli) ma che, come dichiara lo stesso autore, riesce anche a tenersi «alla larga... dagli scogli dello scritto rancoroso sul sacerdote-maestro bravo e buono, ma incompreso dai suoi superiori ed “esiliato”» e «dalle secche» di una certa pubblicistica «sul prete rosso, politicizzato e prepotente, volgare e in fondo poco prete». Un’opera che valorizza «il prezioso materiale proprio della oral history», raccogliendo o semplicemente pubblicando testimonianze dirette dei «protagonisti» di quegli anni, dalla figlia del pittore Hans Jaochim Staude, che ci rivela come furono quei mesi di pittura con suo padre che aprirono il giovane Lorenzo – allora appena 18enne – al trascendente, a quella del suo «grande amico» don Renzo Rossi, che getta squarci interessanti su don Milani fin dagli anni del seminario o di un amico della prima ora, Maresco Ballini, incontrato appena 16enne all’arrivo a Calenzano e rimastogli vicino per tutta la vita.

Ma il nucleo più originale di testimonianze è quello degli ex-alunni di Barbiana, che don Lorenzo prese timidi, impacciati e quasi sempre «scartati» dalla scuola statale, per farne degli uomini veri, capaci di andare a lavorare all’estero a 15 anni e di realizzarsi pienamente nella vita come sindacalisti, infermieri, insegnanti, operai. Gli ex-ragazzi raccontano il loro arrivo a Barbiana, come si svolgevano le giornate, ma
soprattutto il loro rapporto con don Lorenzo. Emergono anche le difficoltà e le incomprensioni con i genitori o la gente e il clero locale, ma in tutti c’è la consapevolezza che quegli anni hanno cambiato in positivo la loro vita. «Come fai a dimenticare un uomo – si chiede Franco Buti – che ti riempie di attenzioni, ti guarda negli occhi e capisce che hai qualche problema» e che «appena finita la scuola, ti prende a braccetto, fa quattro passi assieme a te e lo risolve; come un genitore e più di un genitore. Ci ha fatto da babbo e da prete senza mai volerci tirare per forza dalla sua parte». Da citare ancora le due simpatiche testimonianze di Bruno Cantini («Succhino») e di Giuseppe Cipriani («Nàzzare»), rispettivamente il fabbro e il falegname di Vicchio che don Lorenzo riuscì a far salire a Barbiana per insegnare ai ragazzi a saldare o realizzare un tavolo.

Conclude il volume la bellissima testimonianza di Adele Corradi, l’insegnante che nel 1963 salì a Barbiana «per vedere quella scuola così diversa da quella in cui lei insegnava» e che diventò la più stretta collaboratrice di don Lorenzo negli ultimi anni. È lei che spiega con grande efficacia come alla morte del Priore la scuola finì. Era stato lo stesso Lorenzo a chiederlo: «Fate scuola, fate scuola» – aveva detto sul letto di morte ai suoi ragazzi, consapevole dell’irrepetibilità della sua esperienza – «ma non come me, fatela come vi richiederanno le circostanze... voi dovrete agire come vi suggerirà l’ambiente e l’epoca in cui vivrete. Essere fedeli a un morto è la peggiore infedeltà».
Lassù a Barbiana ieri e oggi
Studi, interventi, testimonianze su don Lorenzo Milani