“Là comincia il Messico” di Gualberto Alvino
Castroblog - Castronovo di Sicilia, 31-10-2008, ––
Il Là iniziale sembra una direzione, un luogo indicato con la mano, con l’indice puntato. C’è anche, in copertina, una porta tra i rovi, forzata dal tempo. Gualberto Alvino è un affermato studioso e critico letterario proverbiale per la meticolosità, la precisione, l’attenzione al dettaglio, e per una cultura e vivacità intellettuale che gli permette di viaggiare comodamente ad alta velocità nel Novecento e oltre.Il romanzo, perché di romanzo si tratta, è un perentorio e duro viaggio con sé stesso all’interno di sé stesso, un viaggio che non ha riferimenti temporali e spaziali, che dura un solo attimo o tutta una vita. L’autore sa bene che quello che conta non è una storia, ma la storia del romanzo, del suo stile, della lingua: quella ricerca intensa e crudele della parola che ha il compito di rivelare l’uomo all’uomo o la vita di un uomo inseguito e come braccato da sé stesso, dalla morte. Appena uscito dalle porte di un nuovo millennio il romanzo sembra poter trovare una nuova persona, non più la prima singolare o la terza, ma la seconda, la persona cara, intima e colloquiale. Il colloquio però non sempre è piano, spesso è sdrucciolo o tronco per abbondanza o carenza di significati. È proprio attraverso questi passaggi che si aprono squarci e storie con il lettore costretto a ritrovare la sua intima e segreta storia, quella che non aveva mai pensato.È ovvio che il significato è figlio del significante e le storie possono passare da una vicenda letteraria (l’esistenza stessa dei critici!) a una vicenda sentimentale, d’amore. E a volersi cercare sulle pagine (sconfiggendo indifferenza) sono due tipi di scrittura, il corsivo e il Palatino Linotype, che si inseguono
innamorati: vicini quando sono lontani e lontanissimi quando sembrano sfiorarsi. È questo il destino dell’uomo rappresentato nella scrittura, con segni che sembrano postulare esistenze e che in realtà sono frammenti, ombre di vita, di poesia che vivono solo con la scrittura e il ritmo, una forte musicalità, come sembra indicare l’autore nell’indice facendo riferimento a partiture musicali. Qui (nell’Indice, che è parte integrante dell’opera) si scopre che il romanzo è diviso in due parti, come simmetriche, a sua volta formate da quattro capitoli. Ogni parte ha tuttavia vita propria che genera altra vita, altri capitoli, non abbandonando mai la parola, non lasciando mai solo il lettore. La prima è Appostamenti alla lepre, ma come si sa la lepre non ha una corsa lineare, procede, o fugge, zigzagando, rendendo vano qualsiasi appostamento. E l’autore sa bene questo: la scrittura è lineare (Lineare B...), è versus, verso è il solco diritto, dritto (la diritta via) la linea. Una linea che divide la pagina, il campo in tanti solchi, in tante parti, e dà sicurezza, dà certezza la scrittura dritta, non è un procedere a tratti, zigzagando. Verso è direzione, da vertere ‘volgere’ e verso vuol dire anche ‘capovolgere’, nell’Indovinello veronese  verso è ‘versoio’, cioè l’aratro, la penna. Vertere a sua volta deriva da una radice indoeuropea wert: volgere, volgere in senso verticale, quindi divenire, cercare la propria esistenza.     C’è, com’è evidente, uno stretto rapporto tra scrittura e vita, tra scrittura e arte. Il romanzo di Alvino sembra voler dire proprio questo: la quadratura del cerchio — chimerica
tensione del Novecento — si può ottenere solo zigzagando, forzando la linea con appostamenti notturni alla lepre, questo è il Rimedio (tale il titolo della Parte Seconda). E lo scrittore va sempre alla ricerca di una voce, di un assoluto, ma non appena riesce a trovarlo è pronto ad abbatterlo per partire di nuovo. È un infinito che trova ragione e logica non nel finito ma nella ricerca. È il Messico alviniano: un cavaliere inseguito dalla follia della sua parola. E il romanzo non sta nell’infinito o nel finito, sta nella ricerca, nel gesto, nell’atto, nella parola. Tutti gli uomini stanno ai margini del mondo e lottano per conquistare il centro che non è il centro ma che è il cuore di ognuno, è la parola. È la parola a suscitare un sentimento di bellezza, quando crea piacere, quando il lettore ha un sussulto, perché una parola è bella quando riesce a dare concretezza e visibilità a un’idea, a un desiderio, a un moto dell’anima, a un amore.                                                                                                                                    Felice Paniconi
Là comincia il Messico