Le tracce indelebili di un genere perduto
Gazzetta del Sud, 29-12-2003, Francesco Bonardelli
«Telstar», lettere di Pizzuto a Margaret Contini

Lo studioso filologicamente più attento all’opera di Pizzuto - Gualberto Alvino, cui si devono anche le più attrezzate edizioni critiche - non ha trascurato di raccogliere del suo autore prediletto anche le lettere a una referente d’eccezione: Margaret Contini, moglie del grande giudice delle parole, e tramite privilegiato a un rapporto preferenziale tra i più proficui del Novecento italiano. Pizzuto-Contini è così una storia che sempre più si arricchisce di dati, eventi, scambi ad altissimo livello di cultura e di sensibilità letteraria. E si deve alla ormai inusuale, schiva umiltà di famiglia, se proprio l’epistolario in questione risulta privo di una metà essenziale che la denominazione di genere completerebbe: le leggere di Margaret Contini a Pizzuto, rimaste così segrete per rispettabile scelta dell’artefice, e altrettanto opportuna decisione degli eredi del destinatario. Nonostante ciò, i testi rimangono illuminanti e addirittura in qualche caso fondamentali: nell’elegante edizione della Polistampa di Firenze, per la collana «Il Diaspro», che da Gadda a Bigongiari a Pratolini già tanti esiti illustri ha prodotto per i contesti specialistici della ricerca critica. E il rimpianto per la metà oscura (non a caso Telstar è la denominazione di un satellite per telecomunicazioni) si accresce notevolmente per la sempre più smarrita identità di genere: sopraffatto ormai dalla tendenza a sostituire la «vecchia» lettera con nuove forme di dialogo a distanza, difficilmente tramandabili e soggette all’incuria della disattenta rimozione. I testi raccolti
e curati da Alvino coprono un arco temporale più che decennale, dalla primavera del ’64 all’autunno del ’76, poco prima della morte di Pizzuto: «un periodo fecondissimo e decisivo nella carriera del prosatore palermitano, durante il quale furono composte, in un crescendo vorticoso e inarrestabile, le opere più radicalmente e traumaticamente sperimentali». Esiti di tormento e ricerca linguistica, con tracce insistenti nei testi del proficuo e intenso scambio epistolare: con richieste di chiarimenti, suggerimenti, quasi intercessioni verso il maestro-marito, che da un piano più propriamente tecnico transitano senza forzature al più semplice e «quotidiano» dialogo umano. Così è possibile rintracciare - in quella vera e propria miniera critica rappresentata da questo, come da tutti gli altri illustri carteggi - gli effetti della dinamica compositiva di opere fondamentali e i segni di un martirio esistenziale appoggiato pure ai minimi eventi del divenire. Ma sempre riferito alla fondamentale «complicità» letteraria di Contini, vissuta da Pizzuto come una sorta di inattesa, quasi immeritata opportunità di vita e di sopravvivenza artistica: «da quando ho il sommo bene della sua amicizia - scrive alla moglie del suo referente comunque privilegiato -, vivo nell’esaltazione di una luna di miele. Ma quanto mi intimidisce! al suo occhio di aquila non possono sfuggire le mille imperfezioni, incertezze, banalità, gli orrori della mia ritmica troppo sonante, cui invano cerco rimedio con provvide dissonanze». C’è tutto Pizzuto, e - d’altro lato - c’è tutto Contini, giudice severo e imparziale, nonostante l’autentico
coinvolgimento emotivo e affettivo per il definito «Joyce italiano». E rimangono pure le occasioni, centrate o mancate, di un rapporto altrimenti ancor più proficuo nell’àmbito delle nostre migliori lettere. È la stagione (ma ce ne sono state di diverse?) dell’impegno su più fronti di Contini, non escluso quello di un’attività «militante» per nulla in contrasto con il rigore del critico-filologo. Dunque non sempre gli appuntamenti, anche epistolari, possono essere rispettati. Ecco così il ruolo di Margaret, forse solo all’inizio - e per pochi attimi - soltanto da tramite per il marito; e trasformatosi subito dopo in una dotta dialettica interpersonale, sorprendente addirittura per i rilievi che - si suppone - venivano mossi, per l’intransigenza linguistica, addirittura per i giochi di parole testimoni di una conoscenza approfondita dei testi di riferimento e di una padronanza assoluta della loro tecnica compositiva. Sono rari - anche negli scritti diretti o indiretti di Contini - i riferimenti specifici a questa funzione, invece essenziale, della compagna di vita nella vita culturale; e faticoso risulta anche parlarne, per non scalfire quella barriera di simbolica leggerezza idealmente costruita dai protagonisti. Ma occorre comunque ammettere l’alto livello dei dialogo come prova e testimonianza di ruolo essenziale in una delle esperienze più qualificanti dell’espressività novecentesca: quella di Pizzuto ancora «scomodo» o «difficile», ma in realtà sempre più protagonista di un Novecento non del tutto concluso, specie nei suoi sperimentali prolungamenti sul nuovo millennio.
Telstar
Lettere a Margaret Contini (1964-1976)