Pamphlet giornalistico da un fatto di cronaca
Gazzetta del Sud, 04-08-2003, Domenico Nunnari
«Il romanzo di Misdea» di Edoardo Scarfoglio

Di Edoardo Scarfoglio, fondatore del quotidiano «Il Mattino» e marito di Matilde Serao, è conosciuta la brillante attività di giornalista e di critico letterario nella Napoli di fine Ottocento e inizio Novecento. Nella città partenopea, il celebre giornalista, collaborò con Di Giacomo, D’Annunzio e, naturalmente, la Serao che divenne sua moglie. Scrisse anche «Il processo di Frine», storia di un processo intentato a una donna bellissima, accusata di omicidio e dal quale Alessandro Blasetti, nel 1952, trasse spunto per un episodio del film «Altri tempi» con Gina Lollobrigida e Vittorio De Sica. Ma, quelli di Scarfoglio, erano i tempi pure dei romanzi d’appendice, che si pubblicavano a puntate sui quotidiani e appassionavano l’opinione pubblica e i lettori. Uno di quei romanzi, pubblicato dal quotidiano «La Riforma» di Roma nel 1884, esce adesso, dopo più di un secolo, per la prima volta in volume con il titolo di «Il romanzo di Misdea» (edizioni Polistampa Firenze, pagine 256, euro 14). Per merito di Manola Fausti, critico letterario e studiosa di Scarfoglio novelliere, e dell’attivissima casa editrice diretta da Antonio Pagliai, «Il romanzo di Misdea», opera pressoché sconosciuta di Scarfoglio, ci fa riscoprire una storia vera accaduta a Napoli nello stesso anno di uscita del romanzo d’appendice. Una storia che si svolge tra Napoli e Girifalco, in Calabria, il paese d’origine del soldato Salvatore Misdea, un militare di leva che dopo un banale alterco con un coscritto della sua stessa compagnia, in un eccesso di follia compie una strage uccidendo quattro commilitoni e ferendone altri sette. La vicenda ebbe una grande
eco sui giornali dell’epoca e anche il processo, che si concluse con la condanna a morte di Salvatore Misdea, fu seguitissimo e diede spunto per dispute polemiche tra studiosi di antropologia criminale e penalisti. A rafforzare l’interesse per la vicenda, come spiega Manola Fausti nella premessa al romanzo, aveva contribuito la presenza, come perito della difesa, di Cesare Lombroso, la cui fama come antropologo e criminologo si era ormai consolidata. Scarfoglio, chiamato a scrivere il romanzo d’appendice per il giornale «La Riforma», a quell’epoca uno dei quotidiani più importanti della capitale, diretto da Primo Levi e sostenuto finanziariamente anche da Francesco Crispi, scrive la storia con uno stile giornalistico impareggiabile, polemico e convincente, e mette in risalto le sue qualità di narratore e di saggista. Non si limita a narrare la cronaca dei fatti accaduti e riferire le varie fasi processuali, ma ricostruisce la storia della famiglia Misdea, descrive i luoghi in Calabria, a Girifalco, la società dell’epoca, le vicende familiari disgraziate del soldato assassino, si scaglia contro chi criminalizza il meridione e annota che l’emigrazione è l’unica malattia che «travaglia e spossa» la Calabria. Con «Il romanzo di Misdea», Scarfoglio scrive un pamphlet con tutta la sua passione di giornalista e la sua vivacità di polemista che si schiera in politica, senza mezzi termini. Si scaglia contro «l’Italietta post unitaria», teorizza che degrado, miseria, ignoranza, uniti a un esasperato senso di appartenenza, sono tra le cause di una vicenda che ha bruciato prima la vita dei giovani militari uccisi da Misdea e poi quella dello stesso assassino. La storia di
Salvatore Misdea, risente della disputa antropologica di quel periodo storico e delle teorie lombrosiane sulla scentificità della devianza, della propensione a delinquere e delle ragioni ataviche nel delinquere. Si badi bene che tutti i maggiori quotidiani dell’epoca, dedicarono ampi resoconti alla vicenda del militare calabrese Salvatore Misdea. Scarfoglio però è il più brillante di tutti, tra le decine di giornalisti che della storia se ne occuparono. Scrive un pamphlet, ma riesce a dare al suo scritto la dignità di una narrazione che anticipa le qualità delle sue doti di scrittore. Il linguaggio è giornalistico, ma la prosa è letteraria, si coglie subito la dignità del racconto. Le pagine sulla Calabria e su Napoli, che gli servono per contestualizzare la storia di Misdea, la sua vita a Girifalco e il suo arrivare nella città che a quell’epoca era una delle più importanti d’Europa, sono il frutto dello stile impareggiabile di Edoardo Scarfoglio che si lancia in considerazioni sociologiche tipo «la città è una macchina livellatrice, piallatrice, arrotondatrice, che finisce per togliere il carattere agli individui. Invece la campagna è conservatrice della razza, dei suoi istinti, delle sue eredità». Non è lombrosiana la difesa che Scarfoglio fa del soldato Misdea, nel senso che lo studioso di origine veronese tende a sostenere l’ineluttabilità del destino criminale dell’imputato, per via delle sue malattie ereditarie come l’epilessia, mentre lo scrittore inquadra la storia del soldato calabrese autore della strage, come una vittima per prima egli stesso di condizioni storiche e ambientali che ne hanno determinato il grado di abbrutimento e scatenato la follia.
Il romanzo di Misdea