Il filologo insigne e il “vecchio cinese”
Gazzetta del Sud, 27-07-2003, Francesco Bonardelli
«Coup de foudre», un carteggio tra Contini e Pizzuto

Il 6 settembre 1964, nella pagina culturale del «Corriere della Sera», appariva l’elzeviro di Gianfranco Contini identificato con l’ufficiale consacrazione artistica di Antonio Pizzuto: nell’incontro inusuale – e forse per questo ancor più significativo – tra il filologo illustre e lo scrittore in senso ampio «scapigliato». Il «vecchio cinese» un po’ per aspetto, più per carattere, che sulla riva del fiume attendeva da tempo i cadaveri culturali dei nemici, ovvero i resti di tanta critica a lui precedentemente ostile o peggio insensibile, e d’incanto – «sulla scia del pontefice delle patrie filologie» – disposta a sciogliere ogni riserva, con le «innumerevoli abiure, i ripensamenti, le inopinabili correzioni di rotta». Un caso letterario, forse il più clamoroso nei clamorosi anni Sessanta, di cui è testimonianza a margine (ma non marginale) il carteggio tra i due protagonisti: ricostruito – neanche a dirlo – con acribia linguistica e filologica da Gualberto Alvino per le edizioni Polistampa, e riferito nel titolo al bagliore improvviso di un rapporto quanto mai prolifico e dialetticamente coinvolgente. «Si tratta della mistica nostra amicizia – scrive Pizzuto –, autentico coup de foudre sorto dalla reciproca comprensione al cento per cento, questo unum in cui ci completiamo a vicenda, l’uno essendo, credo, l’ideale dell’altro». E l’ideale di scrittura – «traumaticamente perfetto, rotondo, catafratto in una maturità che è magistero» – diviene in effetti specchio riflesso del lettore sull’artefice; lanciandosi Contini in una (per lui rara) dichiarazione di merito, che è polemica sui tempi e insieme notazione esemplare in funzione selettiva sul referente letterario: «anormale è che uno scrittore della sua portata – osserva – sia male accessibile
in comune commercio. Anche chi avesse riserve su Finnegans Waks non si sognerebbe di non stampare tutto Joyce. Qui, invece, pare che tocchi passare per maniaci ad auspicare che sia sanata quest’anormalità». Ma proprio il passaggio a una fase normale tarda meno del prevedibile, nella storia «continiana» di Pizzuto: su un duplice effetto critico, che proprio il carteggio ben ricostruito da Alvino riesce per la prima volta a delineare, tratteggiando in involontario grafico l’alternanza di delusione ed entusiasmo. Delusione, dovuta al rapido esaurirsi dell’attenzione specifica da parte degli addetti ai lavori per l’opera in prosa; entusiasmo, per il conseguente, progressivo infittirsi del reticolo epistolare e comunicativo tra i due interlocutori, sempre più convinti di appartenersi per vocazione e misura letteraria. «Amplificati da un clamore che non tarderà a svelare un’indole strumentale, se non perfino propagandistica – scrive infatti il curatore –, gli esami critici risulteranno pietosamente impari alle aspettative. Per il vecchio questore in quiescenza è il colpo di grazia, l’annientamento d’ogni speranza di riscatto. E, d’un tratto, il rapporto col filologo si fa infinitamente più intenso, esclusivo, quasi morboso: ragione e termine, autarchia estetica ed esistenziale». Ne sono prova i testi, resi oggi ancor più affascinanti dalla caduta verticale del genere, che non conserva più tracce degli scambi dopo tutto d’intima umiltà, tra le genialità d’una stagione. Consigli di scrittura connessi a un vocabolo, all’accento, al tono specifico da ritrovare nell’equilibrio della composizione. Cenni a sequenze di brani dove la memoria del critico era rimasta incollata, e dove la creatività dello scrittore trovava l’apice d’espressività. Ma non senza i richiami a fatti minimi, quotidiani; a incontri realizzati o cercati,
a consolazioni non richieste ma ottenute. Al centro, la scrittura; protagonista autentica e citata in punta di penna, per non scalfire l’una e l’altra soggettività, nell’irripetibile incontro fra critico e testo. La scrittura che esalta i contenuti senza minimamente intaccarli, nel reciproco rispetto di esperienze comunque ampiamente maturate sul fronte di una militanza intellettuale che è sfida alle ragioni precostituite del fatto letterario, ai dettami di mode e tendenze egualmente tralasciate, senza neanche il fastidio d’essere rifiutate. E se lo scrittore – per sua natura – moltiplica gli interventi, quasi a scacciare così i fantasmi di tante maldestre interpretazioni o errate convinzioni, il lettore, l’osservatore puntuale delle parole e dello stile, o meglio dell’altrui poetica, stenta quasi a mantenere il passo, come sottolinea il curatore. Un coinvolto Contini (lui, giudice imparziale) che «sembra intuire con turbamento il ruolo inaudito, al tempo stesso privilegiato e tremendo, del quale è stato improvvisamente investito: quello di compartecipe essenziale dell’atto creativo, senza il cui nutritivo contributo di ratifica e di stimolo la rigogliosa vena rischierebbe fatalmente di estinguersi». E qui si compie il miracolo di una critica che, senza svilire o contraddire lo statuto, può davvero inserirsi nel sistema ampio della vicenda artistico-letteraria: sottoponendola sì a verifica, ma contribuendo anche alla sua attualizzazione nei termini privilegiati della conquista di un’autentica funzione comunicativa. Ciò che Contini ha di riflesso individuato in Longhi, a pieno titolo inserendone la prosa agli alti livelli di storicizzazione delle esperienze novecentesche; e ciò che per la sua stessa prosa occorrerà un giorno realizzare. Non sottovalutando certo la vera e propria miniera dei carteggi con le personalità altissime del secolo.
Coup de foudre
Lettere (1963-1976)