Un nuovo libro di Michele Brancale
Il Governo delle cose, 01-04-2008, Renzo Manetti
Michele Brancale, giornalista e poeta, ha scritto da poco un libriccino di rara intensità,  dal titolo “Soave e invecchiato” (Polistampa, 2007). Si tratta di una novella breve, appena 31 pagine, compresi i disegni di Paolo Penko che scandiscono e accompagnano ogni pagina, ed è la storia di un amore che giunge da lontano e trova il suo compimento dopo una vita. Il racconto è intercalato da due poesie, che sono essenziali per la comprensione della storia e ne rappresentano il cuore, il senso profondo. Rara capacità è  quella di Michele, di compenetrare in modo così intimo e vitale la prosa e la poesia. Non siamo infatti in presenza di un racconto che contiene anche poesie, ma di una assoluta e nuova osmosi fra forme così diverse di espressione, che Michele padroneggia con equilibrio ed elegante naturalezza.Va detto che il racconto ha vinto il primo premio del concorso “Racconti Brevi 2006”, indetto dal Circolo ricreativo dei dipendenti dell’Università degli Studi di Firenze. Credo valga la pena riportare la motivazione della Giuria che, presieduta da Paolo Orvieto, italianista di rara sensibilità nel cogliere il senso della letteratura umanistica, ha messo in evidenza la capacità di Michele di “rendere intrigante una storia di per sé per niente entusiasmante… tanto che il lettore capisce per gradi, quasi con una certa suspence. Interessante anche l’elaborazione linguistica, con l’ibrido calabro-toscano di Antonio, direttore del supermercato. Positiva anche l’alternanza di prosa, raffinata anche se apparentemente quotidiana… e poesia. Stile volutamente abbassato, alla portata di tutti, ma da chi sa scrivere”. E scusatemi se è poco.Quando mi è arrivato il libro, l’ho letto d’un fiato e subito
ho inviato un commento a Michele: “Fresco, raffinato, inatteso…”. Si, proprio così: “Soave e invecchiato” è un libro breve ma prezioso. La poesia, vagamente ermetica come tutte quelle di Michele, raffinata ed intensa di emozioni sussurrate, dialoga spontaneamente con il testo in prosa e perfino con il linguaggio improbabile del direttore Antonio. La storia è raccontata come un giallo: qualcuno scrive brani di poesia sulle bottiglie di vino Soave esposte negli scaffali di un supermercato. Una di queste bottiglie, scartata da una signora che strilla contro il direttore del negozio per l’alterazione del prodotto, finisce casualmente nelle mani di un giornalista il quale si rende conto di aver fra le mani non gli scarabocchi di un piccolo teppista, ma brani intensi di poesia, frettolosamente tracciati da una mano sconosciuta sulle etichette. Da qui si dipana il racconto, breve e godibilissimo, alla ricerca di chi e perché abbia lasciato quei messaggi straordinari. Siamo in presenza di piccole cose, di piccoli fatti nel quotidiano dipanarsi delle vite, che sfociano nell’intensa emozione di scoprire dietro l’abitudine dell’ordinario il dramma di una solitudine intrisa di rimpianto e nostalgia. Così, timidamente, il passato si affaccia, insolito, sorprendente, teneramente nuovo. E la primavera riapre la porta al sorriso, ricordando che nella trama delle esistenze niente c’è di ordinario, niente di scontato, ma tutto è nuovo e straordinario per chi ha il cuore aperto e capace di sorprendersi.La signora frettolosa è incapace di comprendere quanto ha per le mani e lo scarta arrabbiata; il giornalista si avvede, perché sa guardare all’interno delle cose. Ha la consapevolezza che nella nostra esistenza non esiste la casualità, non ci sono quelle che
preferiamo definire coincidenze per timore di confrontarsi col mistero, ma solo segni da cogliere ed interpretare con pazienza, come messaggi di una realtà soprasensibile.  Ed è questo il messaggio profondamente cristiano di Michele, quale traspariva anche dalle rime della “Fontana d’acciaio” una straordinaria raccolta di poesie edita da Polistampa. Come in quei versi, così nelle due poesie di “Soave e invecchiato” ammiro ancora una volta la capacità di Michele di plasmare le parole, di modellarle, di torcerle perfino, come uno scultore la creta, come il pittore i colori, forzandole semanticamente a significare ciò che di nascosto portano dentro. Leggendo i versi di Michele dobbiamo, come in un’alchimia minerale, lasciarci trasportare dal suono, dall’emozione che sta dietro al linguaggio, per afferrare la sensazione. Come gocce di rugiada brillante, ogni parola splende allora del sole che la illumina, risuona di una propria intima tonalità che insieme con le altre compone una sinfonia che indica l’oltre e induce a guardare dietro il velo dell’apparenza, verso la realtà invisibile che vi si cela.Ecco, è questa la sensazione che provo di fronte all’arduo confronto con i versi di Michele: la necessità di abbandonare la sponda conosciuta, il significato apparente del fraseggio, per afferrare un colore, un profumo, un sapore, un’emozione che introduce nella dimensione arcana dello Spirito. Quella terra celeste che è posta al di là dell’evidenza dei sensi, così come le parole di Michele si collocano al di là dell’evidenza semantica. Perché solo così il Verbo ha la possibilità di risuonare e svelarsi, emergendo come una crisalide dall’involucro della Parola che lo racchiude.
Soave e invecchiato