Là comincia il Messico
Nybramedia, 13-03-2008, Armando Adolgiso
“Lo stile, egregio signore, lo stile è l’unica realtà estetica. La letteratura è un fatto di lingua, pertanto il suo proprium consiste nell’organizzazione formale dei contenuti. Il vero e solo significato si annida fra le crespe del significante”.
Così dice un personaggio che chiude, in un dialogo teatrale ideato dal curatore, il recente Giunte e caldaie di Antonio Pizzuto. Il curatore di quel volume è Gualberto Alvino che di Pizzuto n’è da anni impareggiabile esegeta. Ora, Alvino pubblica – editrice Polistampa – un suo libro intitolato Là comincia il Messico che, a mio avviso, ha la sua migliore definizione critica proprio nelle righe con le quali ho aperto questa nota.
La copertina reca impressa la dizione ‘romanzo’ ed è una formulazione editoriale che avrei vivacemente sconsigliato.
Là comincia il Messico è scrittura tanto complessa per struttura, linguaggio, esiti stilistici da non avere niente a che fare con il romanzo così come oggi lo si intende e – ahimé – si pratica.
La torbida, violenta narrazione, s’articola attraverso rifrazioni che attraversando più
generi tutti li nega; l’avventura del protagonista è espressa più da uno scenario che da una trama; in un capitolo (da rendere felice Gérard Genette) si ragiona perfino sul paratesto interrogandosi lo scrivente sulla grafia computerizzata di quanto va scrivendo.
Lampeggia fra le luci livide di una storia psichica il fulmine della metaletteratura; si aprono squarci saggistici; le pagine conoscono le derive magnetiche dello smemorare ricordando, come in un film in cui le sequenze si autocancellano dopo essere state viste, dando allo spettatore la suggestione del mai più poter vedere ciò che una volta gli è stato dato.
Grande libro. Grande esempio di narratologia. Grande piacere di lettura per palati fini.Ho detto a Gualberto: immagina d’avere davanti a te una platea di potenziali lettori. A chi consiglieresti la lettura di Là comincia il Messico?
Mi ha risposto in modo originale, traendo parole dal suo libro.
I periodi, infatti, che troverete tra virgolette sono estratte dal volume.A chi non ha bisogno “d’epopee di cartapesta, turpiloquî sotto specie di meditata mimesi, sagre famigliari spalmate nei secoli e stipate di personaggi soverchi,
scene madri arroganti e interminabili che di materno hanno solo la pazienza di chi s’acconcia a patirle”. A chi è stanco di “dialoghi monocordi, soporiferi, coi loro chiese grattandosi il mento, pensò scendendo le scale, ribadì scrutandola mesto in controluce, esclamò sussurrò rispose”.
A chi condivide l’invettiva del mio personaggio contro i narratori d’oggidì: “le vostre descrizioni torrenziali non valgono un lembo della carta che le accozza, la vostra lingua goffa e smidollata è un perpetuo oltraggio al buon gusto, il vostro umorismo à la page ha lo stesso brio di una marcia funebre; non voglio essere intrattenuto da voi, sono forse la pattumiera della vostra incontinenza? nessuno vi autorizza a scrivere qualsiasi cosa, senza freni, senza pudore, centinaia e centinaia di pagine, roba da pazzi, esigo rispetto, quando capirete che in arte lo sguardo conta assai più del guardato, un ciglio più del volto, il tono più di quel che dite senso, sarete in pasto ai vermi; ho diritto al nuovo, io, pretendo d’essere turbato osteggiato demolito sottomesso covato sorpreso gabbato scosso ammaliato sfamato”.
Là comincia il Messico