L’uomo che si nasconde nel reo folle
Alto Adige, 02-03-2008, ––
Psichiatri a confronto sulle nuove frontiere della malattia mentale La cronaca c’investe di situazioni drammatiche dettate da un malessere che sempre più investe la società, specificatamente in quella che è la sua cellula primaria, la famiglia. Sotto quest’aspetto l’incontro che s’è tenuto a Casa Basaglia per la presentazione di un libro “Il reo folle”, che raccoglie quanto scaturito dal simposio tenutosi nel 2007 presso il centro di riabilitazione Villa San Pietro di Arco sul tema “Aggressività e psichiatria – Coazioni benigne”, s’è dimostrato di stringente attualità.
L’incontro è stato occasione per cogliere gli aspetti relativi al rapporto tra crimine e psichiatria. Una serie d’interventi (Lorenzo Torresini, primario del servizio psichiatrico di Merano, Gemma Brandi, fondatrice della rivista “Il reo e il folle”, Alfred König, direttore dell’ufficio
distretti sanitari della Provincia, Stefano Biasi, psichiatra direttore sanitario del centro di riabilitazione Villa San Pietro) d’impronta scientifica interessante e per molti versi rivelatore. Al centro dell’incontro la ricerca sempre più mirata di una formula che possa recuperare, anche nei casi di aggressività violenta, il malato. Ecco allora la ricerca di rapporti con il paziente, riuscire a stabilire con lui una vera e propria alleanza, che gli permettano di recuperare una coscienza di sé. E in questo senso va inteso il termine di “coazione benigna”. Un modo attraverso il quale creare le condizioni affinché al paziente vengano offerte, in ogni caso, le possibilità di recupero. Ecco allora entrare in gioco anche il ruolo svolto dagli ospedali psichiatrici giudiziari, strutture che certo non favoriscono il recupero del malato detenuto e che dovrebbero essere aboliti a favore di strutture territoriali che operano nel settore della
malattia mentale. Il che farebbe emergere il fatto che ogni malato può avere un margine di recupero. Gli ospedali psichiatrici giudiziari – è stato ricordato – sono l’ultimo retaggio ancora esistente legato alla malattia mentale pre-basagliana e, sempre l’esperienza, unitamente alle statistiche che l’accompagnano, insegna che in strutture “aperte”, magari anche e in determinati casi simbolicamente aperte, il malato psichico, anche quello sfociato in un’improvvisa ed inattesa violenza omicida, può recuperare una dignità di persona altrimenti impossibile. L’incontro ha testimoniato gli enormi passi avanti percorsi in un ambito molto intricato e difficile. Nel nome della dignità dell’individuo, molti altri dovrà farne, magari incidendo culturalmente anche sulla società civile ancora troppo e impropriamente impaurita da persone troppo frettolosamente definite “matti”.
Il reo e il folle. Anno X/XI, n. 27-28-29, luglio-dicembre 2005/gennaio-dicembre 2006
Coazioni benigne 2