Dialogo a una voce
Caffè Michelangiolo, 31-10-2008, Alfonso Lentini
Succede che “addetti ai lavori” nell’ambito della critica letteraria o artistica superino la barriera dello specialismo e sconfinino verso la produzione in proprio di opere letterarie. Si potrebbero fare molti esempi recenti (ed eccellenti): da Romano Luperini (che proprio in questi mesi dà alla luce con Sellerio una sua seconda opera narrativa, inquietante e sofferta, dal titolo L’età estrema), a Sergio Campailla (che nel 2008 pubblica con Bompiani L a divina truffa), a Cesare De Seta (con Quattro elementi, edito da Avagliano nel 2007), sino a più organiche e meno nuove commistioni come quelle di Luca Canali o Alessandro Fo che coniugano ormai abitualmente la loro produzione poetica con una consolidata carriera universitaria dedicata ad ambiti diversi. Si tratta dunque di una zona di tangenza molto trafficata, a riprova della profonda crisi dei ruoli e, se l’esito si rivela positivo, della polivalenza di alcune grandi intelligenze del nostro panorama culturale. In questo ambito spicca senz’altro Là comincia il Messico, prova narrativa di Gualberto Alvino, un “esordiente” che però ha alle spalle un’intensa attività di filologo e di critico letterario. Diciamo subito che nel suo caso fra i due piani, quello dell’analisi letteraria e quello della produzione diretta, vi è un evidente tessuto connettivo: nella sua attività di studioso Alvino predilige infatti le scritture dei grandi irregolari del Novecento (primo fra tutti Antonio Pizzuto) e su questo solco, specularmente (e consapevolmente) la sua pagina letteraria si pone come altrettanto irregolare, sperimentale, tormentata. La storia raccontata in questo libro (che Giacomo D’Angelo definisce «miracolo di ritmo, di stile, di assoli linguistici, di tenuta narrativa») è quella di un (presunto?) impazzimento. L’io narrante è una “voce” che germina e si ramifica (come un’escrescenza tumorale) dentro la mente del protagonista e gli parla di continuo per metterne in crisi ogni certezza e demolire il suo stesso passato. Il lettore assiste così a un dialogo intimo fra i due versanti di un unico io, un insistente lavoro di lima che conduce alla drammatica esperienza della scissione e del progressivo sgretolamento della personalità. Questa devastante e “maledetta” voce narrante, l’unica che il lettore può sentire, si pone in netto antagonismo rispetto al personaggio, che invece non parla quasi mai direttamente, è come ammutolito, soffocato da una piena di frasi incalzanti e non neutrali. In quanto personaggio, vive insomma di “voce riflessa”, assalito com’è da una ressa di parole, un intrico linguistico denso e a suo modo morbidamente
musicale, che assale anche il lettore fin dalla prima pagina e subito riduce tutti e due (lettore e personaggio) alla stregua di pugili suonati incapaci di reazione. Tutta l’opera è del resto segnata da un forte prevalere della forma (una forma molto elaborata, si direbbe addirittura cesellata, che oscilla fra disarmonia e armonia, immediatezza del parlato e forzature espressionistiche in un crescendo che conduce in qualche pagina a punte estreme di sperimentalismo…). Tale prevalenza però non oscura mai i contenuti. Anzi, è proprio dall’incalzare di eventi che non sai mai sino a quando “reali”, dalla suspense in progressione, dal ritmo martellante, dalla durezza dei fatti narrati che il racconto prende la sua linfa più vitale. La vera prima donna del testo, tuttavia, rimane pur sempre la lingua, anzi potremmo dire che viene direttamente chiamata in causa nell’ordito narrativo, perché uno dei temi forti che attraversa il testo è proprio la riflessione sulla problematicità dello scrivere. Il protagonista è infatti un filologo («un autore di grido, un accademico al culmine della carriera») che opera per mestiere con le parole. La sua destrutturazione umana coincide con una disgregazione della lingua o delle certezze che il personaggio nutre su di essa: «La vena critica è ormai prosciugata. La filologia un lontano ricordo che stenti persino a mettere a fuoco. […] Finito il bisogno di dire ogni cosa. […] È come se non la testa, ma le mani, tutto il corpo si rifiutasse di scrivere. I tasti si intrecciano non appena li sfiori, s’accozzano da non poterli staccare». Contemporaneamente la “voce” spinge il personaggio verso uno smantellamento globale, diremmo quasi ideologico: «Il Sistema di cui fai parte forse non del tutto innecessaria t’ha programmato per disegni che ti sfuggono ma che pure esistono; non resta che lasciarlo funzionare senza il tuo apporto, e attendere il finale – se verrà, se mai verrà – della sua imperscrutabile messinscena ». Ne risulta un invito all’«inazione», a un’identificazione con il puro pulsare della vita, a sciogliersi nel molteplice, a sentirsi «polvere, molecola, frastuono di stelle», sino alle estreme allucinanti conseguenze: «Distruggersi per sottrarsi al destino di essere distrutti». Così gradualmente il personaggio penetra in una dimensione in cui visioni oniriche e manie di persecuzione si interfacciano con la realtà in continui stravolgimenti percettivi (e di conseguenza anche narrativi), sino alla “costruzione” (indotta) di una nuova identità, quella di una sorta di mostro disposto a tutto. «Disfarsi
dell’umano che è in te: questo il tuo sogno di sempre. Dovrai coronarlo. Dovremo. » Così la perizia professionale del filologo, sezionatore di parole, si trasferisce nella pratica allucinata della violenza fisica: «Da dissettore di testi farsi scalco di corpi», è questa l’ingiunzione che segna la metamorfosi definitiva e che apre la strada a un rito quasi autofagico di evidente valenza simbolica: «…il sangue scivolava adagio nelle vene mentre fiutavi l’odore aspro dell’inchiostro e ingoiavi i tuoi manoscritti, falda dopo falda, insieme al manzo crudo, senza rimorso». «“Là comincia il Messico” – dice il risvolto di copertina – è la frase che pronunciavano i banditi dei film western quando erano vicini al confine, oltre il quale nessuno avrebbe potuto acciuffarli.» È con questo sentore di orizzonte apertissimo, esito finale di un’“apertissima” destrutturazione, che si conclude una storia così violenta e angosciante (ma anche avvincente), da essere riconducibile a «quello che gli spagnoli direbbero desasosiego e gli inglesi uneasiness: disagio tale da generare un senso di vertigine» (Giancarlo Alfano). È dunque un racconto duro, non tanto perché sia arduo da leggere (che anzi coinvolge sino a incollare il lettore alla pagina), quanto perché difficile da metabolizzare; un racconto che non consola, ma apre squarci impietosi sulle miserie dell’animo umano. Lontano anni luce dalla letteratura di consumo, questo libro ha il pregio dello spessore e si impone come un’opera polivalente, stratificata, ricca. Lo si può leggere lasciandosi travolgere dall’irruenza della forma, ma anche calandosi nelle implicazioni (im)morali che sono provocatoriamente messe in campo. In ogni caso l’opera esclude accostamenti formalistici o moralistici ed ha piuttosto il merito di saper porre domande. Il singolo “impazzimento” di cui si narra può facilmente essere catalogato in chiave paradigmatica, ma risulta evidente che l’opera di Alvino rovescia lo schema novecentesco secondo cui da un certo momento in poi della sua evoluzione il “romanzo di formazione” debba per forza di cose raccontare storie di “formazioni mancate”. Qui invece la formazione, sia pure in un contesto da incubo, avviene. La “voce” risulta avere una forza per cosi dire “maieutica” e spinge il protagonista a ritrovare un se stesso più autentico, anche se più inquietante. Ed è per questo che, fuori da implicazioni moralistiche, ogni pagina di Là comincia il Messico ha una possente e “insostenibile” forza turbativa.
Là comincia il Messico