Là comincia il Messico
Sinestetica, 19-02-2008, Gaja Cenciarelli
È finalmente uscito il bel libro di Gualberto Alvino. L’anno scorso mi ero imbattuta in questo romanzo per via di vibrisselibri, e avevo redatto una scheda di lettura che vi copio qui di seguito. Il libro si intitola Là comincia il Messico, ed è edito da Polistampa. Gli auguro tutta la fortuna che merita.
La vera protagonista di questo romanzo di Gualberto Alvino è la lingua. È un italiano ricco, denso, lontanissimo dai minimalismi linguistici che spesso ricorrono nella narrativa contemporanea, soprattutto d’oltreoceano (e che non sono negativi in sé, bensì nelle mani di chi non sa farne uso: non siamo tutti Carver). Quello che mi ha colpito è il suo modo “avvolgente” di narrare: sono rimasta incantata dal suo stile potente, che è sempre in crescendo, via via che la storia evolve e che aumenta d’intensità.
La prima volta che ho letto Là comincia il Messico – ebbene sì, mi è piaciuto così tanto che ho voluto ri-assaporare la gioia di immergermi di nuovo in quelle parole - mi è venuta in mente una definizione che secondo me è ancora valida: è un grido di dolore. E la confermo. Di sicuro non è un romanzo lineare, non è un testo
affrontabile a “cuor leggero”, non è un libro “medio”. Non è il tipo di scritto che susciti reazioni tiepide: si ama o si odia. Io lo amo. Per il coraggio di parlare una lingua che è, a mio avviso, un lavoro di cesello. Per la forza espressiva. Perché, a tutta prima, può risultare sì un’opera “respingente”, ma che invece è una calamita.
Ricordo di aver pensato che invece, dopo le prime pagine, la lettura scorreva e mi arricchiva. Ricordo di aver pensato: finalmente un romanzo che non è è sottile e senza respiro, in cui invece si può affondare con la certezza di tornare in superficie arricchiti.
È una storia non-storia, nella quale il narratore si rivolge a un interlocutore silenzioso, un uomo di lettere, un accademico, un intellettuale, accusandolo, blandendolo, mettendolo di fronte ai suoi errori, ai suoi “crimini”. Memorabile la parte in cui il suddetto narratore gli si rivolge ricordandogli tutte le persone che ha fatto soffrire impietosamente, ogni circostanza in cui una sua parola avrebbe potuto salvare chi lo amava dalla disperazione e dalla morte, sia spirituale che fisica: il padre, la madre, suo fratello, la donna che lo amava e che lui ha disprezzato
per non volersi abbassare al suo livello, che lui riteneva essere svilente, il figlio che lo reputava un dio, che ha sperato per tutta la vita di ottenere da lui un cenno di approvazione e che lui, invece, si è imposto di strapparsi dal cuore temendo di vederlo trasformarsi in un mediocre.
Altrettanto splendida, a mio avviso, la descrizione che il narratore fa del processo creativo del suo interlocutore, concentrandosi sulle elisioni, sugli accapo, sugli spazi bianchi che separano una parola dall’altra, focalizzando la sua attenzione su aspetti tecnici, di rado presi in considerazione perché troppo astratti, e che invece Alvino riesce a rendere affascinanti, a incastrare in un ragionamento tutt’altro che arido e meramente tecnico. È un brano straordinario, come straordinario è questo libro. Ho citato solo due episodi perché, ripeto, si tratta di un testo che va gustato senza troppe anticipazioni.
Qualche altra parola sull’autore. Alvino dimostra di possedere uno stile, a mio parere, unico. Mi ha colpito di lui la padronanza della lingua, la sua volontà di esplorare fino in fondo le potenzialità dell’italiano scritto, con una costante nota lirica così coinvolgente da spazzare via l’indifferenza.
Là comincia il Messico