Strane creature i poeti veri come lui. Fuori dal tempo ma in tutti i tempi
La Nazione, 09-01-2007, Marco Marchi
IL RICORDO UN CONTRIBUTO DI RILIEVO ALLA CULTURA DEL NOVECENTOAnche Parronchi se ne è andato. Avevamo festeggiato nel 2004, come per il coetaneo e amico Mario Luzi, i suoi operosi e incredibili novant’anni, il suo vasto e protratto contributo alla cultura del Novecento. Uncontributo di assoluto rilievo, situabile fra poesia e storia dell’arte, idealmente suggellato da un’icona che è uno dei grandi doni che il caro Sandro ci ha fatto: lo strepitoso, umano e poeticissimo Crocifisso di Donatello a Bosco ai Frati.
Avevamo letto allora di Parronchi Un tacito mistero, il carteggio intrattenuto per più di quarant’anni con Sereni, traendone un testo scenico e definendo l’autore – in quell’occasione e in un incontro all’Università – un «poeta impavido», sulla base di una testimonianza lì recuperabile che dice: «Non mi stancherò tanto presto di guardare, almeno fino a quando le ‘questioni di lavoro’ mi parranno, come lo sono ormai da tempo per me, l’unica ragione per vivere». Un impegno inclusivo e fagocitante, inderogabile, per cui Parronchi aveva e avrebbe affidato a sguardi e parole, senza stancarsi, la sua presenza nel mondo.
Strane creature,
i poeti, quelli veri, come Parronchi è stato: disagiati e incantati, separati e con gli altri, fuori del tempo e in tutti i tempi, qui e dovunque, vertiginosamente attaccati al presente anche allorché il loro sguardo è rivolto – zona di riparo solitario o paesaggio comune sognato – all’infinito.MA CI SONO momenti in cui il poeta sente più che mai di dover essere tutti, fatta salva la possibilità di avere già parlato benissimo a nome di un’«intera sortita d’uomini e non d’un singolo» – sono parole di un altro poeta, Caproni –, di avere già rispecchiato storicamente la disavventura di una «generazione d’uomini incenerita da due ‘grandi guerre’ e dall’interludio di una dittatura».
Così la Stanza dei poeti immaginata per festeggiare i novant’anni di Parronchi era stata sì lo studio milanese di Vittorio Sereni visitato un giorno d’ottobre del 1948, ma soprattutto la stanza di lavoro di una vita di Parronchi stesso.
L’importante era stato suggerire – come accade nel genere epistolare e più in profondo nell’esercizio poetico – che l’assenza produce presenza: una sorta
di «mysterium mortis», per citare un titolo di Boros, una sparizione di chi confida nella capacità di esprimere se stesso e il mondo morendo a se stesso e al mondo.
Dire queste cose di fronte a Parronchi, che della morte ha fatto uno dei temi ricorrenti e fondanti della sua poesia, non era stato difficile. Morto al mondo Dante, morto al mondo Leopardi, ma tutt’altro che scomparsi i frutti della loro applicazione.
Sta di fatto, come ha scritto Ramat, che «sezioni liriche dell’immediato dopoguerra, e in special modo ‘Occhi sul presente’, smuovono la posizione di Parronchi da una eventualità intimistica».
Ad attendere il poeta ermetico dei Giorni sensibili, l’ormai programmatico «coraggio di vivere» che intitolerà i versi degli anni Cinquanta e investirà potentemente tutto il successivo itinerario, da Pietà dell’atmosfera a Replay: «il ritrovamento – secondo Enrico Ghidetti, prefatore leopardianamente affiatato delle poesie di Parronchi per Polistampa – di un linguaggio naturale, lungo la via dell’umano». Di là, le «quiete stanze» dei poeti risuonano.* Docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea
Le Poesie