Parronchi, tacito mistero
La Nazione, 13-01-2008, Marco Marchi
Sì, è già passato un anno. Mi torna fra le mani, a farmi ricordare Parronchi e la sua morte, un volume di lettere inviate dal poeta ad un altro poeta, Vittorio Sereni. Si intitola Un tacito mistero, è edito da Feltrinelli, ed è una vasta e straordinaria corrispondenza mediante la quale due poeti pressoché coetanei del nostro Novecento dialogano, per quarant’anni si confrontano, fungono da testimoni dentro e oltre il tempo che hanno attraversato. Parronchi, grazie alla scrittura, è ancora qui. Le epoche certificate dal libro sono molte, ma spiccano gli anni della giovinezza e della formazione ermetica e quelli storicamente implicanti della guerra e del dopoguerra. Anzi, è proprio allora che gli scambi epistolari tra il fiorentino Parronchi e il nordico Sereni si fanno più fitti, e l’epistolario davvero trabocca – oltre gli episodi della cronaca – di elementi generali da tenere all’attenzione, di indicazioni e piste di ricerca, di “strumenti umani”. Parronchi e Sereni grazie alla scrittura a margine della loro scrittura peggiore, la poesia – sono qui. E di che cosa parlano due poeti scomparsi, documentando i loro provvisori e slittanti presenti, auspicando futuri, richiamando, anche per via di affondi nel passato, momenti di valore individuale e collettivo? Parlano soprattutto di poesia, dell’evolversi di un proprio esercizio, della ricerca di “padri”
e “fratelli” in arte, del costituirsi di testi. Sereni fa di Sandro il suo «consigliere», Parronchi accetta con convinzione l’incarico, attestando una continuità di sguardi sul reale saldamente basata su comuni ragioni di vita, su un tutt’uno esistenziale che con la vita coincide: «Non mi stancherò tanto presto di guardare – scrive Parronchi -, almeno fino a quando le “questioni di lavoro” mi parranno, come lo sono oramai da tempo per me, l’unica ragione per vivere». Dove sono – ci chiediamo – i poeti oggi? Un impegno esclusivo, inclusivo e fagocitante, cui si accompagna, nel suo spessore esistenziale dichiarato, un quadro solidale di amicizie e concomitanze che allarga il panorama della contemporaneità, che alimenta un desiderio forte, delegato e rappresentativo. Strane creature, i poeti, quelli veri come Parronchi e Sereni, assenti e invece vivi ed operanti in una stanza: una «stanza» poeticamente ambigua anche attraverso le suggestioni formali, da cancelleria lirica, o tramite memorie, mettiamo la celeberrima, leopardiana «A Silvia», «Sonavan quiete | stanze, e le vie dintorno». Una stanza in cui il dialogo, però, dura e si allarga, visibilizzando le risultanze di quel mobile intrattenersi, di quell’intrecciato e confidente colloquiare a distanza, di quell’essere insieme oltre le apparenze ed i fisici incontri.
L’idea di una stanza-specola del mondo è autorizzata del resto da Parronchi stesso, in una poesia nella quale quel luogo è, biograficamente, il domestico studio milanese di Sereni visitato un giorno d’ottobre del 1948. ma potrebbe benissimo essere anche la sua stanza fiorentina in cui per una vita ha lavorato, affidando a parole l’esistere in tutte le sue gamme: dal “coraggio” alla “paura”, dalla “tristezza” alla “gioia”. Ed è quasi d’obbligo citare ora da «Occhi sul presente» - in Le poesie, Edizioni Polistampa – questi versi, tra i più belli fche un poeta abbia mai dedicato ad un poeta, «A Vittorio»: «Ho rispettato la quiete | del tuo studio. Erano là | a fissarmi i tuoi occhi. | Li vedevo assorti nel lavoro | ardere dietro un apparente | velo di tristezza ... Dietro, era la gioia. | E i miei si chiusero. Non una | di queste cose mi seguì, nel breve | viaggio che feci verso le ombre, | non una, ma, ricordo, strane immagini | d’abbandono, e pensieri | importuni che venivano a riprendermi. | Dopo filtrò più luce, ed era ancora Milano, la tua stanza, | l’Italia che mai più grande e leggera | è di quando risale | a Lecco per le valli, e io mi dicevo: | si slargherà il suo cielo | su noi e sempre più lievi ombre saremo | al suo perpetuo schiarire».
Le Poesie