Carmelo Bene

Nato a Campi Salentina in provincia di Lecce nel 1937, Carmelo Bene è sicuramente l’ultimo grande artista espresso dal nostro ‘900 letterario: la pubblicazione della intiera opera sua presso Bompiani nel 1995 - ciò che gli consentiva di orgogliosamente autodefinirsi “un classico in vita” - può esser considerata la riprova di quanto ormai pure la cultura ufficiale accettasse questo fatto quale verità palese e incontrovertibile. Nato a Campi Salentina (Lecce) nel 1937, debutta nel ‘59 con il "Caligola" di Camus diretto da Alberto Ruggiero; già l’anno seguente, tuttavia, offre un lavoro tutto in prima persona con “Spettacolo Majakovskij”, commentato da musiche di Bussotti. Nel decennio successivo, l’enorme talento dell’attore-regista ha modo di compiutamente dispiegarsi in spettacoli divenuti leggenda: le sue riletture - virulente, aggressive, irrispettose al limite dell’oltraggio - del “Pinocchio” di Collodi (1961), dello shakespeariano “Amleto” (1961), di “Edoardo II” da Marlowe (1963), “Salomè” da Oscar Wilde (1964), “Manon” da Prévost (1964), “Amleto” da Shakespeare-Laforgue (1967) ebbero all’epoca l’effetto di un vero e proprio ciclone, suscitando stroncature pressoché unanimi della critica - ad eccezione del sagace Ennio Flaiano - e reazioni scandalizzate del pubblico. La fuoriuscita dalla dimensione delle cantine, l’approccio assai felice al cinema (inaugurato nel ‘68 con “Nostra Signora dei Turchi”, cui seguiranno nel tempo altri sei lungometraggi) contribuirono ad accrescerne la popolarità: negli anni ‘70, egli ottiene con i superbi “La cena delle beffe” da Sem Benelli (1974), “Romeo e Giulietta” da Shakespeare (1976), “S.A.D.E.” (1977), “Manfred” da Byron (1979) vasta eco e gran successo. Gli ultimi vent’anni, Carmelo Bene li spende all’insegna della sperimentazione: in particolare, il suo lavoro sulla voce spinge la dimensione attoriale verso confini mai prima raggiunti e lo pone all’avanguardia della scena contemporanea mondiale. Se la direzione della Biennale Teatro, cui egli è chiamato nel 1988, si risolverà in un fallimento, restano lavori memorabili - le letture di Majakovskij, di Leopardi, dei “Can.ti orfici” di Dino Campana - a testimonianza della inesausta creatività del Nostro: oltre a quella “Hamlet suite” messa in scena nel ‘94, ove al testo di Laforgue egli aggiunge musiche proprie con effetti di mirabile, stralunato, straziante lirismo. Uno spettacolo definitivo, una pietra miliare del teatro indigeno d’ogni tempo. Nel 1995 Carmelo Bene torna sotto i riflettori e in particolare nelle librerie con la sua opera "omnia" nella collana dei Classici Bompiani, cui segue, nel 2000, il poemetto "l mal de’ fiori". Muore il 16 marzo 2002, nella sua casa romana, all’età di 64 anni. "Non può essere morto chi ha sempre dichiarato di non essere nato" ha detto alla notizia della sua scomparsa Enrico Ghezzi, che con Carmelo Bene aveva firmato il volume "Discorso su due piedi (il calcio)".
(F.T., www.italica.rai.it)

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