Umberto Maestrucci
Giuseppe Rossi, Ritratto di Umberto Maestrucci, 1930


Avviato a una carriera di fotografo, il giovane Umberto Maestrucci (Firenze, 14 febbraio 1897 - 27 aprile 1952) si specializza nella riproduzione di opere d’arte. Apre uno studio in via delle Belle Donne 8, ma svolge parte del suo lavoro all’Accademia di Belle Arti. La frequentazione quotidiana di quell’ambiente stimolante lo esorta a cimentarsi nella pittura; è sostenuto in questa sua aspirazione da Felice Carena, da Ennio Pozzi, da Giuseppe Graziosi. È probabilmente quest’ultimo che lo introduce nell’ambiente del Palazzo degli Artisti di viale Milton dove hanno scuola Alberto Zardo e Giuseppe Rossi; con Rossi nasce un’amicizia che durerà per la vita, ma è Zardo a divenire il suo maestro, indirizzandolo alla pittura di paesaggio. All’esordio, avvenuto nel 1929 quando partecipa alla II Mostra Regionale d’Arte Toscana con un Paese, seguirà una vivacissima attività espositiva, a Firenze, ma anche a Livorno, Genova, Milano, Bergamo. Da allora tralascia la fotografia per dedicarsi esclusivamente alla pittura. Il suo studio è adesso al numero 14 di via delle Belle Donne, di fronte a quello di Alberto Caligiani, uno dei protagonisti della Scuola pistoiese, divenuto suo intimo amico forse per il tramite di Ennio Pozzi. Tutti e tre trascorrono periodi di vacanza a San Pellegrino, nella valle della Limentra, la cui cupa natura montana è ricorrente motivo dei paesaggi di Maestrucci fin dalla metà degli anni Trenta. Al 1930 risale la sua prima Personale allestita alla Galleria Santa Trinita. Già in quell’occasione la critica mette in evidenza le qualità pittoriche e emozionali dei dipinti di paese di Mastrucci. L’incidente subìto da bambino, che ha impedito lo sviluppo regolare delle gambe, segna la vita dell’artista ma al medesimo tempo ne forgia il carattere, spronandolo a affrontare con piglio volitivo i disagi creatigli dalla fragilità del corpo. La ferrea volontà, sostenuta dalla fede, che gli ha permesso - ormai trentenne - di darsi alla pittura, lo porta a superare costantemente gli esiti raggiunti; non contento dell’approvazione incontrata dai suoi quadri di paesaggio, e dalle nature morte, o, come le chiama lui, “Nature in silenzio”, vuole misurarsi con la figura e frequenta la Scuola libera del nudo. Nel frattempo partecipa alle più importanti manifestazioni toscane e allestisce varie mostre personali. Nel 1931 espone a Bottega d’arte di Livorno, insieme a Corrado Michelozzi e a Bruno Cordati. L’anno seguente partecipa con un paesaggio – I riposi dell’anima – al Concorso Nazionale di pittura organizzato dalla Galleria d’Arte Firenze, e con Giardino Stibbert alla VI Mostra Regionale d’Arte Toscana, manifestazione cui interverrà fino al 1942, ma non negli anni 1938 e 1940. Nel 1933 è presente alla I Mostra del Sindacato Nazionale Fascista di Belle Arti. Nel 1934 partecipa al Concorso Ussi con I seminatori. Nel 1935 tiene una Personale al Circolo della Stampa di Genova, e nel Tra i suoi amici vi sono anche l’incisore Luigi Bartolini che lo ritrae nel 1932, e il letterato e giornalista toscano Francesco Pestellini di cui illustra il libro Meglio un ciuco vivo: Avventure scolastiche. Libro umoristico per grandi e piccini, edito da Bemporad nel 1934. La sua attività è prolifica anche durante la guerra: nel 1941 partecipa alla III Esposizione del Sindacato italiano, a Milano, dove un suo paesaggio è acquistato dalla Sclavo, di Siena; nel ’43 invia a Livorno (Premio Giovanni Fattori) Il porcaro; nel 1945, è presente alla Mostra autunnale toscana con Il Muccione in Gattaia, luogo mugellano che gli è caro dalla giovinezza e dove in quel terribile frangente è sfollato con la famiglia del fratello. La guerra gl’infligge un dolore atroce: il suo unico bambino, nato nel 1936, muore a otto anni sotto un bombardamento americano. Nella disperazione gli è vicina una donna cui dedica pagine di commossa poesia, oltre a vari ritratti, di cui molti a matita. In ricordo del figlio, dona al Collegio del Sacro Cuore di Bologna una Deposizione, di austera, semplificata fattura. Gli amici gli sono di fraterno conforto; Zardo e Caligiani, soprattutto, con i quali intrattiene affettuosi rapporti, anche epistolari. Nel 1946 espone ancora una volta alla Galleria Firenze. Nel 1948 allestisce una mostra alla Galleria Michelangelo di Italo Spinetti, e nel ’50 alla Società delle Belle Arti, di cui è membro dal 1937, anno in cui gli viene conferito il Diploma d’onore. Nel dopo guerra avvia un intenso rapporto di lavoro con la Galleria d’arte Fratini di Viareggio, città che ha ispirato molti dei suoi dipinti fino dagli anni Trenta, e dove all’epoca risiede per mesi, nella casa di via Felice Cavallotti 14. Muore nell’aprile 1952, ma nell’autunno - a conferma del ruolo rivestito dall’artista nell’ambito della cultura figurativa fiorentina – un suo quadro è presente alla mostra Mezzo secolo d’arte toscana: Aragosta, un dipinto del 1949. A distanza di cinque anni, il fratello Alfredo organizza un’esposizione commemorativa del pittore alla Galleria Spinetti; in quell’occasione egli dona al Comune di Firenze un’opera di Maestrucci, Marroneta d’inverno in Mugello, che Giovanni Poggi allora direttore delle raccolte comunali, destina alla Galleria d’arte moderna di Firenze.
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