Ferdinando Martini

Ferdinando Martini nasce a Firenze nel 1841.
Di famiglia toscana dalle nobili parentele fiorentine e romane, è figlio del drammaturgo Vincenzo Martini. Fin da giovanissimo è amico ed estimatore del pittore Giovanni Fattori; nel 1959 conosce Giosue Carducci, ma il loro rapporto diventerà di salda amicizia soltanto dieci anni più tardi. A vent’anni collabora con il quotidiano «La Nazione». Seguendo le orme paterne, scrive per il teatro. Alla morte del padre amatissimo scopre uno stato fallimentare delle finanze familiari e deve vendere tutti i beni per sanare la situazione riuscendo a conservare soltanto la villa di Monsummano, che rimarrà suo domicilio familiare. Nel maggio 1866 si sposa con Giacinta Marescotti, vincendo le resistenze del padre di lei, il conte Augusto Marescotti. Grazie all’aiuto di Puccioni, in settembre riceve la nomina per la cattedra di lettere italiane alla Scuola Normale di Vercelli.  Entra nella redazione del «Fanfulla» nel 1872. Alla fine del 1874 entra in politica per il collegio di Pescia, ma soltanto nel 1876 può entrare alla Camera come deputato per la sinistra liberale, rimanendovi per quarantatré anni fino al 1919. Nel giugno 1879 cerca collaboratori per un nuovo giornale letterario appendice del «Fanfulla»: ne scrive all’amico Carducci, ottiene la partecipazione di Giuseppe Chiarini, assicura che vi scriverà anche Felice Cavallotti. La nuova testata esce con il nome «Fanfulla della domenica» in luglio: la dirigerà fino al 1882. Il 15 febbraio 1882 fonda «La domenica letteraria». Nonostante tutto, mantiene per un anno la direzione del «Giornale dei bambini» di Carlo Lorenzini. Intanto la sua carriera politica è costante: sottosegretario nel 1884, ministro della pubblica istruzione nel 1892-1893, commissario civile straordinario per la colonia Eritrea con rango e competenza di governatore dal 30 novembre 1897 al 1907, ministro delle colonie dal 1914 al 1916, senatore dal 1923, ministro di Stato con decreto 30 luglio 1927.
La sua schiettezza e onestà intellettuale non è particolarmente gradita nei “tempi nuovi”: nel 1919 si ripresenta alle elezioni nel collegio di Pescia, ma non viene rieletto. Sente fortemente il cambiamento dei tempi ed è scettico sul futuro del Paese. Continua a sviluppare un’intensa attività lavorativa.
Nel 1920 comincia a proporre un impegnativo progetto di enciclopedia nazionale, come già realizzato da Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna; prevede 24 volumi, 2.000 redattori e un tempo di realizzazione di sei o sette anni. Continua a lavorare fino alla fine del suo tempo, lucido e brillante, pur vedendo scomparire man mano tutti i vecchi amici: del vecchio gruppo del «Fanfulla» è rimasto solo Vittorio Augusto Vecchi. Muore a Monsummano (Pistoia) nel 1928. Un’eccezionale selezione delle sue lettere (1860-1928) verrà pubblicata postuma da Mondadori nel 1934, mentre i diari vedranno la luce soltanto nel 1946 e nel 1966.

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