Indietro Home Page



Sconto 20%


Stampa ottimizzata

Invia mail

Modifica Magazzino

 
Paolo Casanova / Francesco Sorbetti Guerri

La vita e le cacce dei contadini fra Ottocento e Novecento
Quando si cacciava per vivere


Nel mondo contadino di fine Ottocento la caccia aveva assunto un ruolo di primaria importanza come elemento di sopravvivenza, in particolare fra le popolazioni rurali dell’Appennino. Naturalmente si trattava di una caccia di frodo data l’estrema povertà delle famiglie coloniche e veniva condotta con mezzi del tutto particolari, secondo tecniche venatorie ormai proibite e quasi tutte scomparse. Molti autori della prima metà del ’900 le avevano già condannate, equiparandole a forme del peggiore bracconaggio, incompatibili con una gestione corretta del patrimonio faunistico.
Ciò che si propone questo libro è interrogarsi sul perché i coloni si trovavano nella necessità di catturare gli animali selvatici con tali sistemi ‘distruttivi’, scoprirne i motivi esistenziali, inquadrare il contesto storico e sociale propri delle campagne dell’epoca.
Il volume è suddiviso in tredici capitoli, ciascuno dei quali affronta un aspetto preciso della questione: dalla storia della mezzadria in Toscana alla descrizione del contesto naturale in cui era inserita; dai vari tipi di caccia praticati alle ricette culinarie con la selvaggina catturata. Ne emerge un quadro completo e dettagliato dei contadini di quel tempo che per bisogno diventavano anche cacciatori, il tutto corredato da numerose foto d’epoca e da disegni esemplificativi degli animali cacciati e delle tecniche utilizzate.


© Polistampa 2007, cm 17x24, pp. 200, ill. b/n, br., € 16,00
ISBN: 978-88-596-0213-2
Settore: SS5 / Cultura popolare
Altri settori: DSU1 / Storia, SS1 / Politica, economia, TL1 / Enogastronomia, TL7 / Natura, ambiente

Rassegna stampa:
Contadini, ma cacciatori per vivere (Pino Donateo, «Il Tirreno»)
Lacci, archetti, diluvi e l’uccello era in trappola (Pino Donateo, «Il Tirreno»)
Quei cacciatori di Massarella, veri re del nostro Padule (Riccardo Cardellicchio, «Il Tirreno»)